lunedì, luglio 21, 2008
MAU

Oggi sono andato a vedere la casa della mia amica, nonché mia collega, Elisa, che ha una personalità versatile, creativa e colorata. Be', non poteva scegliere posto migliore del quartiere Campidoglio, che è nel cuore di Torino ma appena si entra, alle spalle della chiesa di Sant'Alfonso, sembra di essere in un altro posto. Questa zona della città è anche nota come Borgo Vecchio Campidoglio e si dispiega tra i corsi Tassoni, Svizzera e Appio Claudio, con case basse e strade in ciottolato, atelier e locali, una vera oasi di tranquillità. E pensare che tutto attorno corrono delle arterie particolarmente trafficate, eppure non si sentono, nell'aria risuonano solo il cicaleccio dei passanti e le grida dei bambini. E' sicuramente una delle zone più belle di Torino, e solo oggi ho potuto ammirarne la bellezza. Ma la particolarità di questo angolo silenzioso - in cui gli aerei si sentono passare senza poterli scorgere, per via delle strade strette - è nelle facciate dei palazzi, edifici operai della fine dell'800 su cui hanno messo mano grandi artisti contemporanei realizzando il primo Museo d'Arte Urbana d'italia.

  

 

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categoria:luoghi, amici, torino, pittorika
venerdì, luglio 18, 2008

In questi giorni ho visto due film diversi ma, per certi versi complementati, che parlano di immigrazione e convivenza. Il primo è Un bacio appassionato di Ken Loach e il secondo è Bianco e nero di Cristina Comencini. Sono entrambi film che avrei voluto vedere al cinema e che si sono rivelati piacevoli, anche se forse tra le due pellicole una certa differenza di stile c'è. Un bacio appassionato, in particolare, mi ha permesso di ragionare sullo scenario europeo che negli ultimi anni si sta velocemente trasformando e nei confronti del quale, almeno noi italiani, ci stiamo facendo trovare impreparati. Dell'immigrazione si parla solo attribuendole una connotazione negativa, si fa spesso e volentieri riferimento allo strascico di delinquenza, ricettazione e spaccio che immancabilmente solleva un vespaio di polemiche pazzesco. Alle spalle di tutto questo c'è l'esigenza, da parte dei popoli più indigenti del pianeta, di costruisi un futuro in un paese più ricco e democratico. Il fatto che per molti l'Italia sia questo paese dovrebbe farci riflettere su come all'estero la nostra bella penisola non appaia affatto come una società in crisi ma anche e, soprattutto, come la possibilità in un migliore avvenire per i figli di quanti, nel loro paese, hanno conosciuto violenza, guerra e povertà. L'immigrazione da noi è un fenomeno recente, emergente direi, che sta velocemente evolvendo. Si insidia nella vita di tutti i giorni, per le strade, al supermercato, a scuola. I figli dei primi immigrati saranno sicuramente quelli che costruiranno, con quelli degli italiani, una società nuova e più rispettosa verso le diversità, più matura e aperta, insomma. Dapprima c'è la scuola, in cui tra i banchi i nostri bambini imparano a crescere e giocare con i bambini stranieri. Poi c'è l'università, che già ora sforna laureati stranieri. Poi ci sono i matrimoni misti, che per quanto complicati per inevitabili distanze religiose e culturali, possono funzionare. Insomma, l'integrazione si esprime e si propaga attraverso i normali canali della vita sociale, non c'è bisogno di costruirla inventando chissà quale formula. Le comunità, così chiuse e protezioniste, finiranno per arrendersi all'evidenza che i giovani, indipendentemente dalla lingua, dal credo e dal colore della pelle, vogliono interagire e interscambiare. Questa è la multiculturalità che amo, che in qualche anno ha trasformato interi quartieri, portando anche tante belle cose. A San Salvario tutti dicono di avere paura a uscire la sera, così come a Porta Palazzo. Però San Salvario, che ha detta del parroco don Gallo, ha più etnie dell'intera New York, è diventato un crocevia di iniziative, proposte, progetti. E vicino a Porta Palazzo, il più grande mercato all'aperto d'Europa, dove una volta si concentrava l'immigrazione meridionale, sostituita oggi da quella straniera, sorge il Quadrilatero Romano, dove ogni sera i locali più alla moda di Torino si riempiono di ragazzi provenienti da tutto il mondo, quasi come a Amsterdam e Dublino. E un po' in tutta Italia sta succedendo qualcosa di simile. Io per primo sono ben felice di uscire con ragazzi di ogni provenienza, ho amici ivoriani, marocchini, venezuelani, cinesi, lavoro vicino a ragazze con il chador o con i dread. E mi piace. Consiglio che un buon film possa servire, allora, più di mille articoli, a farci capire come la società sta cambiando, in Italia come all'estero.

      

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categoria:cinema, amici, torino, dibattiti, tra me e me, altre cose che faccio
giovedì, luglio 17, 2008

Mentre questo mese avanza pigramente, sto preparando le ultime cose per partire, il 3 agosto, per la Scozia. Ognuno dei partecipanti, siamo in otto, si è incaricato di fare una cosa, chi di prenotare gli ostelli, chi di noleggiare le auto, chi di preparare gli itinerari, qualcuno semplicemente di esserci il giorno della partenza. Comunque, finalmente mi sono deciso a occuparmi dell'itinerario che mi compete, quello puramente cittadino. Primo giorno Edimburgo, ultimo Glasgow. Perché io? Ma semplice: perché a me piace andare a visitare le città, non solo chiaramente, ma se mi riesce una puntatina la faccio. Ammetto per primo che non sarei mai andato in Scozia solo per vedere Edimburgo e Glasgow, ma chiaramente mi sto impegnando a farci un giro. Su Edimburgo niente da dire, all'unanimità si è scelto di visitarla perché, si dice, è una delle città più belle d'Europa. Chi vivrà, vedrà. Il caso montato su è Glasgow. Qualcuno ha cominciato col dire che Glasgow non vale la pena, che tutti dicono che è una città brutta, che se uno vuole può andarci un'altra volta a farsi un weekend. E subito io mi sono posto in aperta ostilità con queste persone, non perché se uno non visita Glasgow muore, ma per alcune ragioni:

1) Se mi inviti a fare un viaggio non mi imponi il tuo itinerario, se no il viaggio fallo da solo

2) Da Torino non c'è un volo diretto per Glasgow, devi fare scalo a Londra e aspettare un po' di ore in aeroporto, quindi un weekend ce lo metti solo per arrivare

3) Chi ha detto che Glasgow è brutta, piuttosto mi viene da credere che lo si abbia solo pensato, perché io ho letto che invece ha una stupenda architettura vittoriana e che attualmente è la terza città più visitata del Regno Unito, dopo Londra e Edimburgo, appunto.

4) Non si parla di fare 9 giorni in città e 2 in giro per castelli e laghi, semmai è il contrario. E a me sta benissimo.

5) Siamo torinesi, c'abbiamo messo un secolo a sfatare il mito che Torino fosse una città grigia, brutta e fumosa e, forti di questo insegnamento, non dovremmo credere facilmente agli stereotipi che si fanno su una città.

6) Siamo abituati a vivere in una grande città, non credo che mettere piede in un'altra per alcune ore risulti soffocante e snervante.

7) Invece che in 11 giorni di corsa sarebbe stato meglio visitare la Scozia in due momenti diversi, o di farla in almeno 2 settimane.

Chiaramente non ne approfitterò per fare polemica, a me interessa solo visitare posti belli e rilassarmi, ché chissà quando potrò permettermelo di nuovo un viaggio così. Però mi infastidisce molto la superficialità di certe valutazioni e la prepotenza di chi impone le proprie scelte.

 

  

 

  

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categoria:luoghi, amici
sabato, luglio 12, 2008

Era una settimana che tutti mi dicevano: venerdì sera vieni? E io: a fare? E tutti: ma a vedere i Sex Pistols, al Traffic. Dai vieni. E io: ma io dei Sex Pistols non conosco neanche una canzone (e così è). E tutti: ma sono la storia del punk. E io: ma a me il punk non piace. E tutti: e poi sabato sera c'è Patti Smith. E io: sì, lo so. E tutti: ma è gratis, chettifrega, vieni no? E io: vediamo.

Risultato. Sono andato a vedere i Sex Pistols, con la Gra, Hozner e Rupert. Hanno suonato dopo un po' di altri gruppi, i Punkreas, i Plastination (che non so chi siano) e i Wire, un altro gruppo abbastanza importante che fino a ieri non sapevo chi fosse. i Sex hanno cominciato alle 11, sono andati avanti fino a mezzanotte e mezza. Il popolo dei Sex ha retto meno di loro, tosto per un'ora, ma quando i loro beniamini sono entrati sul palco per il secondo bis nessuno cantava più, erano già tutti strafatti. Un imbecille ha pure tirato una bottiglia (di vetro) sul palco e a momenti non beccava in faccia Johnny Rotten, che si è alterato e l'ha invitato a salire (per fargli un c..o così!!!). Simpatici i Sex, comunque, di quello che dicevano si capiva poco, a parte qualche fuckin'! di qua e qualche thank you Turin di là. Ma lo spirito è lo stesso di 30 anni fa. E dire che sono diventati un'icona della musica con solo tre anni di attività e un LP pubblicato, e con un bassista che non sapeva neanche suonare il basso ma che è diventato un simbolo dopo essere morto di droga (ho letto che in studio veniva sostituito da un vero bassista e che sul palco in realtà non suonava ma faceva scena).

La cosa che mi è piaciuta di più è stato vedere il parco della Pellerina...per la cronaca il più grande parco pubblico urbano d'Italia...pieno di gente che passeggiava, con un'atmosfera frizzante. Potevi camminare sulle collinette e sui ponti e sentire la musica provenire potente da ogni parte, mentre il cielo scuriva al tramonto dopo un acquazzone. Tende dappertutto con gente venuta chissà da dove, segno che l'idea della gratuità del festival piace e attira. Ieri sera saremmo stati quasi 100.000. E stasera c'è Patti, quasi quasi ci vado anch'io. Cena dai porcari (i venditori abusivi di hot dog e simili).

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categoria:luoghi, torino, musicando, altre cose che faccio
giovedì, luglio 10, 2008

Più che questo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

avrei preferito questa

 

 

Sempre giallo e nero è, no?  

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categoria:si fa per ridere
lunedì, luglio 07, 2008

Questo weekend credo di aver vissuto un'esperienza che ha assunto connotazioni inquietanti, chiaramente anche per come l'ho percepita io. Ho pensato, adesso scrivo a Shyamalan e glela propongo, tanto ormai non gli riesce più un film, quindi il soggetto per un filmaccio potrebbe cascare a fagiolo. Tipo la storia di un appartamento di periferia in una grande città e di una famiglia tenuta in ostaggio dei calabroni. A qualcuno sarà capitato di scoprire di avere un nido in casa, magari nel sottotetto o nelle crepe di un muro. Il nostro non ho la più pallida idea di dove sia, non so neanche se esiste un nido, so solo che dopo il primo esemplare che ho personalmente trovato in camera lunedì scorso appena rientrato dal lavoro, e che benignamente ho fatto uscire dalla finestra, praticamente ogni giorno ce n'è entrato uno in casa, fino a ieri. Entro nel cucinino per prendere la carne per i gatti e me ne trovo due che ronzano vicino alla tapparella. Sembravano i Nazgul del Signore degli Anelli, erano solo il 6° e il 7° della serie, a cui ne sono seguiti altri. Ci siamo dovuti barricare in casa per non farli entrare, a luglio. Fortuna che poi si è messo a piovere e le temperature si sono abbassate. Stamattina è nuvoloso e prima di venire al lavoro ho controllato che non ci fosse niente in giro per casa. Mia madre, stacanovista come sempre, ha continuato a fare i lavori di casa come niente fosse, per nulla intimorita. Forse sarò io che non c'ho ancora fatto l'abitudine, non sono un tipo molto casalingo e a volte anche occuparsi di tenere in ordine un appartamento forma il carattere, per cui mi auguro in futuro di migliorare. Ma una cosa è certa, odio i calabroni, adesso ne sento il ronzio come se fossero sempre in agguato, l'ho sentito così tante volte che mi si è impresso in mente. E da oggi non mi farò mai mancare in casa un'insetticida adatto, perché quello per le mosche e le zanzare gli fa un baffo.

 

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categoria:incontri
venerdì, luglio 04, 2008

Intanto l'Italietta dei concorsi che contano ha decretato il nome del prossimo autore destinato a entrare nella Letteratura Italiana o degli italiani. Paolo Giordano ha appena trionfato allo Strega, il noto premio che prende il nome da un liquore. L'ha vinto con la sua opera prima, a soli 26 anni, pubblicando con un editorucolo come Mondadori, più o meno il genere di editori che si possono permettere gli autori esordienti in Italia, nevvero? E sorprende che a vincere sia stato un autore così giovane, perché per la gente a 26 anni in Italia sei quasi un bambino. Tutti si sarebbero aspettati... o augurati... i soliti nomi che vanno per la maggiore, i figli delle scuole holden e dei tuttolibri. Però c'è da chiedersi come abbia fatto uno scrittore in erba a vincere lo Strega e, ancora prima, a pubblicare con Mondadori, rischiando di cadere nel solito luogo comune che qualche aiutino da qualche parte l'ha avuto. Incuriosito sono andato a leggere su wikipedia i nomi degli autori che hanno vinto il premio dal 1947 in poi, alcuni dei quali sono davvero molto bravi e meritano la reputazione che hanno. Altri sono perfetti sconosciuti, ma quel che colpisce di più è che i libri che hanno vinto...salvo rare eccezioni...non li conosce quasi nessuno. Però i 400 giurati che li hanno scelti, che si chiamano Gli amici della domenica, in onore dei fondatori del premio, li hanno letti e li hanno anche consigliati, 400 persone che appartengono al mondo culturale. Basta leggere qualche titolo e poche parole di trama per capire quanto stanco e provinciale dimostri di essere questo "mondo culturale", completamente indifferente alle nuove tendenze e all'universo libri fatto in maggioranza di veri artigiani della scrittura e dell'editoria, un mondo che considera scrittori solo coloro che pubblicano con gli editori che contano e che possono permettersi una distribuzione capillare sul territorio, che non vanno certo in giro alla ricerca dei veri talenti da proporre, perché no, allo Strega.

 Fra non molto toccherà al Campiello, in cui i giurati invece che valutare direttamente i testi - rigorosamente di narrativa - li sottopongono a una giuria di lettori, i quali scelgono i finalisti e il vincitore. Un po' meglio, un po' più democratico, anche se poi sono i soliti baroni della cultura a scegliere i libri da far leggere, mica i lettori. In pratica, a differenza dello Strega, invece di scegliere direttamente un vincitore lo si fa scegliere alla gente comune, a patto, però, che appartenga comunque al sistema editoriale delle multinazionali. Non è ammesso che a sfondare sia uno scrittore che non è stato preventivamente scelto e selezionato dal sistema chiuso dell'Intelligentia.

In sostanza tutto resta com'è, continua a mancare in Italia un premio importante e riconosciuto a livello nazionale che si occupi dei veri emergenti, degli autori che pubblicano con case editrici piccole e povere, che consenta agli autori di spedire il proprio lavoro e di fare scegliere ai lettori davvero liberamente chi deve vincere, permettendo ai partecipanti di gareggiare alla pari. Manca, insomma, un premio che "premi" davvero la scrittura, le storie, e non gli autori o la cerchia di amicizie in cui essi rientrano. Può avere qualsiasi nome, anche quello di un liquore, l'importante è che sia serio nei contenuti e nel regolamento.

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categoria:proposte, dibattiti, gentile editore, universolibri
mercoledì, luglio 02, 2008

Ho letto da più fonti, tra cui aNobii e l'AIB, che in Europa sta per passare una legge che vorrebbe estendere, come negli Stati Uniti, la proprietà dei diritti di un'opera a 95 anni. Il che vuol dire che, anche qual'ora la responsabilità intellettuale - leggasi l'autore - dovesse venire a mancare, i diritti resterebbero alla casa editrice che li detiene per quasi un secolo, prima di poter diventare di pubblica proprietà. Se oggi si può inserire un brano di Mozart in un film senza chiedere il permesso a nessuno, stesso dicasi dei romanzi di Dumas o alla Divina Commedia, questo non può succedere per i romanzi di D'Annunzio, che Liber Liber ha pubblicato on line fino a quando la Mondadori, con l'appoggio de Il Vittoriale degli italiani, non gli ha fatto causa. Causa che Liber Liber non poteva gestire - con quello che costano gli avvocati! - e che quindi non ha mai avuto seguito. Ora, lasciatemi dire, si parla tanto di libertà di stampa, quando a un giornalista viene impedito di scrivere un articolo o a una televisione di trasmettere un servizio tutti si indignano e si strappano le vesti, ma qui nessuno dice niente? Non è un attentato alla libertà anche questo, legare un'opera a un editore, anzi spesso a una multinazionale, solo per riempire le tasche di quanti han già le tasche piene? Già adesso i diritti scadono dopo 70 anni (50 per le opere musicali), su precisa richiesta delle grandi case editrici che vogliono reggere il moggio della cultura alle "loro" condizioni, imponendo un regime in cui piegare le leggi a proprio, unico favore, quelle stesse multinazionali che spingono perché si facciano pagare multe salate agli studenti che fotocopiano i testi d'esame e fanno pressioni all'Europa perché sparisca il prestito gratuito nelle biblioteche italiane. Per non parlare della SIAE, che prende una percentuale sulla vendita dei masterizzatori come risarcimento per la riproduzione di opere protette dal diritto d'autore, di cui l'autore non prende niente. Mondadori ha fatto causa perché mettere liberamente in circolazione su internet un'opera di cui, almeno fino a gennaio prossimo, detiene i diritti non le avrebbe permesso, per questi pochi mesi, di ricevere nulla in cambio. Ma qui si sta parlando di Gabriele D'Annunzio, protagonista della Letteratura Italiana tra '800 e '900, non di Ciccio Formaggio e Pinco Pallo. E sulla storia non si mercanteggia, perché non può essere proprietà di qualcuno su tutti, anche quando se ne detengono i diritti di raccontarla.

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categoria:dibattiti, gentile editore, universolibri
martedì, giugno 24, 2008

Tutte le volte che capita di essere liquidati con frasi del genere ci si sente orfani. È un po’ come quando tu metti un banchetto per strada e esponi dei lavori che hai fatto con cura. Certo all’inizio pensi subito che qualcuno li noterà, li troverà belli e vorrà acquistarne almeno uno, poi tirate le somme scopri che quasi tutti quelli che ci sono passati davanti non erano interessati a comprare, non si sono chiesti quante ore di fatica ti sono costati e qual è il loro effettivo valore. Tu sei un artigiano ma agli occhi dei passanti sei soprattutto un venditore e, di conseguenza, uno che vuole spillare soldi, che li vuole ingannare.

 Siamo artigiani anche in amore, e bisogna essere davvero bravi per riuscire a non apparire dei semplici mentecatti. Quello che realmente passa nel tuo cuore e nella tua testa non sempre viene apprezzato, non si pensa alla fatica che costa amare, mettersi in gioco, mostrarsi per ciò che si è. Molto spesso si fanno cose che in un’altra occasione non si oserebbe fare, ma questa è cosa risaputa, ne parlano poesie e canzoni da centinaia di anni. Bisogna essere degli artisti, perché l’amore è arte, passione, creatività. Va rinnovato, va inventato giorno per giorno, è bello pensare a un nuovo modo per rendere felice una persona, per rivelarle i tuoi sentimenti come se fosse la prima volta. L’amore è fatto di gesti, ogni piccolo gesto può essere un grande capolavoro.

 Ma tutto può interrompersi improvvisamente, come quando si stacca la spina o un fulmine provoca un abbassamento di tensione. Ti guardi indietro, niente torna mai come prima e ti accorgi che se l’amore è amore, è reale, è condiviso non ha bisogno di tanti sforzi per essere compreso. Se no vuol dire che non c’è mai stato.

She si sposerà un giorno, con quel ragazzo che ho visto al bar vicino alla Sinagoga. Lo farà perché lo ama e lui non ha dovuto mettere su grandi scenografie per conquistarla, l’ha fatto presentandosi così com’è. L’ho fatto anch’io, ma poi ho vissuto per mesi di illusioni e alla fine pur di averla ho costruito una suite, quando sarebbe stata sufficiente la mia piccola camera piena di libri a convincerla, fosse stato vero amore

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categoria:i miei libri, tra me e me, assaggi letterari
venerdì, giugno 20, 2008

Il nuovo ufficio in cui c'hanno spostati alla Reggia di Venaria, dopo 8 mesi di insistenti richieste perché ci dessero delle postazioni decenti, è semplice, scarno, ma decisamente più tranquillo, vicino alla caffetteria della scuola di restauro dove un caffé costa un cazzo. E in questo clima di semirelax, in cui abbiamo tempo anche di andare a seguire dal vivo qualche attività didattica con i bambini, avverto già l'estate avanzata dei 30 gradi, tanto che mi sembra quasi di essere in un villaggio turistico con tutto a portata di mano. Intanto il viaggio in Scozia si avvicina e stiamo definendo le cose principali, le tappe, il programma, le spese.

 Penso che tra sei mesi, quando vivrò da solo, vorrò avere quelle poche cose che mi sembra contino veramente, gli amici con cui scambiare due parole, quanto mi basta per non farmi mai mancare un buon film o una pizza in compagnia o una gita domenicale fuori dalla città, ma anche idee buone che mi permettano di spendere bene il mio tempo. Senza necessariamente credere che qualcuno possa entrare nella tua vita in modo importante e credibile, perché è sempre più raro trovare chi voglia far parte del tuo quotidiano. Meglio credere un po' di più di poter essere qualcuno per noi stessi e dimostrarlo nei fatti, a noi e agli altri.

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categoria:amici, tra me e me