mercoledì, novembre 30, 2005

Questi sono stati quattro giorni importanti per le Olimpiadi del 2006, quelle che se non ne parlassi io qualche volta probabilmente molti di voi non saprebbero neanche che esistono. Prima di tutto c’è stata l’accensione della Fiamma Olimpica a Olimpia, snobbata come al solito dalla televisione pubblica, un rito simbolico che ha acceso la passione e le polemiche, giuste, rivolte alla completa indifferenza del governo, del CONI e della RAI, appunto. Anche se i comuni mortali come me non se ne sono accorti, le televisioni di mezzo mondo non perdono occasione di parlare di questo evento sportivo che molti vorrebbero ospitare ma che, per sfortuna, è toccato all’Italia. Sfortuna sì, perché non solo la crisi in cui versa lo sport italiano – come ogni altro settore culturale – si riflette immancabilmente nelle discipline invernali, incapaci di sfornare veri fenomeni e pochi talenti, ma anche perché questo evento è stato l’ennesima occasione per mostrare al mondo il nostro paese diviso, dove si parla di un federalismo che c’è sempre stato e che continua a puzzare di voglia di secessione. Esternazioni tipo “torinesi provinciali” o “per fortuna l’intervento di Roma” o, ancora, “domani saremo a Torino per marcare il territorio”, tutte sfornate dalla bocca di Pescante come capolavori di arroganza e campanilismo impertinente, non hanno fatto che mettere in evidenza quanto poco ci sentiamo vicini, quanto la fiamma delle Olimpiadi non scaldi affatto l’Italia intera, perché agli italiani, regione per regione, non gliene frega niente di quello che non capita a casa propria. Inutili, quindi, sono sembrati gli inviti a parlarne di più, perché – come ha risposto la RAI – a parlarne troppo e troppo prima la gente si sarebbe scocciata. Eppure sarebbe bastato dedicare ai Giochi un quinto dello spazio concesso all’Isola dei Famosi, che è finito da due settimane e ancora se ne parla, per ottenere dei risultati più che apprezzabili. Le televisioni di mezzo mondo, come dicevo, assediano Torino e le sue montagne, prova ne è il fatto che il 70 % dei biglietti è stato venduto all’estero. Meditate gente, meditate.

 

I pittogrammi 

Torino Stadio Olimpico Le medaglie di Torino 2006 Neve e Gliz  

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martedì, novembre 29, 2005

Benché il mio lavoro il pomeriggio in biblioteca stia procedendo bene, perché sto cominciando a camminare con le mie gambe, cercando di rendermi ogni giorno più autonomo nelle diverse mansioni, questa settimana sto attraversando un momento di defaillance, che è cominciato la settimana scorsa. Non solo perché a oggi, dopo un mese esatto di lavoro, non ho ancora visto il contratto e firmato niente, particolare che non mi permette di sentirmi completamente al sicuro, ma anche perché mi sento ancora troppo estraneo all’ambiente. Se una sensazione come questa può sembrare naturale con solo 30 giorni di lavoro sulle spalle, essa è motivata anche dal fatto che vengo tenuto all’oscuro su certi meccanismi della biblioteca. Sui codici per aprire gli armadietti automatici dove gli utenti depositano le borse sembra vigere il segreto di stato, così come su come aprire e chiudere l’intera biblioteca, mansione che mi spetterebbe almeno il sabato mattina. Per cui il sabato entro alle 9,30 invece che alle 8,30, facendo cambio con una mia collega. Dormo un’ora in più, è vero, ma lavoro anche un’ora in meno, e non è che sui 5 euro all’ora che mi danno ci sia molto da stare allegri. Insomma, sono un bibliotecario, ma sostituto, lavoro come gli altri ma a volte mi sento un estraneo. A metà dicembre c’è una festa di Natale – che si paga – a cui nessuno mi ha invitato direttamente, chiaramente ho dovuto scoprirlo da solo, e a cui probabilmente proprio per questo non andrò. Di vedersi qualche volta la sera per bere qualcosa insieme chiaramente non se ne parla, forse semplicemente i tempi non sono ancora maturi, non ci conosciamo ancora abbastanza.  A parte questo sui miei colleghi non ho nient’altro da eccepire, sono simpatici, ci si può scherzare come chiacchierare seriamente, non fanno pressioni su niente. Senz’altro in questa biblioteca ho trovato il migliore ambiente lavorativo di sempre, malgrado ciò anche qui si è ripresentato il mio solito problema, quello di non riuscire a legare completamente con chi mi sta accanto. Un problema di cui sono certo responsabile a mio modo, con la mia ingenuità cronica e forse aspettative poco realistiche, al di sopra delle mie reali possibilità. A conti fatti, delle tante persone che ho conosciuto nei numerosi posti in cui ho lavorato mi vedo qualche volta solo più con un collega della TIM, esclusi quelli che conoscevo già prima di lavorarci insieme.  A dimostrazione di come il lavoro per me finisca con l'essere tendenzialmente un'esperienza professionale, buona spesso solo per riempire il mio curriculum vitae. Come si spiagherebbe, sennò, il fatto che io non riesca mai a coinvolgere in  quello che faccio - a parte rare eccezioni - le persone con cui lavoro, e finisca inevitabilmente col frequentare i colleghi degli altri?

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venerdì, novembre 25, 2005

Oggi mi è arrivata una email sui ragazzi degli Anni 50, 60 e 70, chiaramente, di cui faccio parte. Mi è venuta una grande nostalgia a pensare a quei tempi, ai mille giochi inventati di sana pianta sul momento senza grandi mezzi, ma che duravano parecchio, senza stufarci. Penso a quando in bicicletta avevamo scelto tre circuiti diversi in cui gareggiare, o ai tornei di calcio nelle sere estive in estate, in cui la il trofeo in palio era un cartoccio di Calippo con un mattoncino di compensato dentro. Ai modellini delle Majorettes, precisi ricostruzioni delle macchine che magari avevano i nostri genitori o i nostri fratelli più grandi, e che avremmo voluto avere anche noi, ma almeno ci sfogavamo a spingerle sul pavimento in gare piene di agonismo. E poi le spedizioni intergalattiche in viaggio su una penna dalla forma un po’ strana, le sfide in cameretta con la pallina gonfiabile e scrivania e mobili come porte, epopee intere in cui anche i Lego potevano dare forma agli eroi dei nostri sogni e soffrire come uomini in carne e ossa. Altro che videogiochi, quelli c’erano solo al mare in vacanza ad agosto, poi si lasciavano stare per divertirsi con altro, che per chi sapeva giocare non c’erano frontiere. Biglie, giochi di società, nascondini e mosche cieche, piante fiori animali città, soldatini, pupazzetti  e robottini trasformabili, le sorprese nelle patatine San Carlo, negli ovetti Kinder e nelle merendine del Mulino Bianco, tappi delle bottigliette del latte da conquistare come preziosi dobloni a rimpiattino, figurine da collezionare e scambiare, maschere di Carnevale, trombette, coriandoli e stelle filanti, regali da scartare la mattina di Natale, petardi e tombole, Big Jim e Barbie per le bambine, Force Commander e Baron Karza, pistole ad acqua e frecce con le ventose, spade di legno e mazze di plastica, lotterie e luna park ai giardini sotto casa. E quando finivamo di ricorrerci e sognare, sapevamo come sudarci i voti a scuola, leggevamo Collodi e Verne, scrivevamo storie illeggibili, disegnavamo fumetti inguardabili, nel tempo che avanzava tra Mazinga e Happy Days.

 

 

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giovedì, novembre 17, 2005

Ormai nelle città italiane è impossibile non vederne, sul pullman e per strada, con bambini sorridenti dagli occhi luminosi e dai denti bianchissimi che ti guardano con curiosità, quasi stupiti come se tu fossi un essere giunto da un altro pianeta. Come le madri sembrano passare oltre, non badare al pregiudizio che gli tocca sopportare da sempre, da quando, in passato, prima che l’Illuminismo spazzasse via la discriminazione e lo sfruttamento, c’era – ed erano in molti – chi si domandava se avessero l’anima, se fossero in grado di provare sentimenti e amore. Eppure sanno correre più veloci di noi, cantare meglio di noi, ridere meglio di noi, sicuramente sopportare e perdonare meglio di noi. Forse è per questo, perché invidiamo la facilità con cui infrangono i nostri limiti, che li trattiamo sempre con una sfumatura di diffidenza.

 

 Ricordo il corso allo CSEA, quando un uomo di 45 anni è venuto a raccontarci il suo mondo, a parlarci del multiculturalismo, col timore, però, di risultare monotono e di non sapere che cosa trasmetterci. Eppure, con la sua semplicità e la sua gentilezza, è stato quello che ha saputo farsi ascoltare meglio. E che dire di quella ragazza, che oltre a scrivere poesie amava cantare, quando le capita, ricordare il suo popolo così, senza accompagnamento, usando la sua voce come unico, splendido strumento? Di quando ha stregato un’intera platea, concedendo anche il bis. O di un’altra che ho visto l’altro giorno sul tram con il nasino all’insù, i capelli sciolti su un abbigliamento casual, lo sguardo sereno: faceva impallidire qualsiasi bellezza truccata e ostentata che le passasse accanto.

 

 In un racconto ho scritto:

 

 

 Masha giaceva tra le braccia del suo ragazzo dalla pelle bianca e lasciava che lui le tenesse la mano. La sentiva calda, rassicurante.

 

 “Sai che hai delle mani davvero grandi?”, gli disse.

 

 “No, secondo me sono le tue ad essere piccole. Sono così piccole che non si vedono”, rispose Beppe.

 

 “Non si vedono perché sono nere”.

 

 Beppe si sporse a baciargliele intensamente. Erano le mani della sua bella dama nera.

 

 

 Ecco quel che penso. Che nero è bello.

 

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venerdì, novembre 11, 2005

Ricordo che alcuni anni fa una mia cugina mi ha fatto conoscere una ragazza argentina di Buenos Aires. Oltre a restare impressionata dal numero di campanili e chiese presenti a Torino – e in Italia in generale – era rimasta sconcertata dal numero di “italiani che parlano da soli”, non riferendosi con questa espressione ai pazzi che parlano tranquillamente ad alta voce in mezzo alla strada, ma ai “normali” che sono sempre con la bocca incollata al cellulare. Dubito che in Argentina oggi le cose siano cambiate, certo la crisi economica non facilita la diffusione delle tecnologie alla moda, ma se il cambiamento a volte vuol dire peggioramento in Italia possiamo dire che al peggio non c’è mai fine. Ecco perché – da utente di telefonia mobile come un po’ tutti, ormai – sento l’orticaria divorarmi gli alluci quando vedo in giro i diciassettenni mandarsi sms sul pullman anche se il destinatario siede di fronte a loro, così come le ragazze che ragazze più non sono perdere la testa per il telefonino che fa le foto. Di fronte, insomma, a questo modello di regresso cerebrale, come si può reagire? Verrebbe voglia, a volte, di strappare il cellulare di mano e buttarlo sotto il tram, qualche tonnellata dovrebbe bastare a garantire il risultato. Ma scherzi a parte, cos’è che non mi va giù sostanzialmente?

  Non avete mai pensato a quanto può essere frustrante conoscere gente che non ha voglia di farsi conoscere, per cui il fatidico telefonino – chiamiamolo pure così, almeno sembra più simpatico – sembra un’ancora di salvezza nel mare di incontri in cui si può imbattere? Oggi si parla tanto di integrazione, di società multiculturale, di tolleranza… In cosa il cellulare ci aiuta in questo? Se non sappiamo più guardare negli occhi l’estraneo senza pensare che sia al mondo per rubarci qualcosa, per abusare di noi, per farci violenza è anche per colpa di queste trappole che ci danno la sicurezza di avere a portata di tastiera i migliori amici, la famiglia, i cari. Se davvero "tutto è intorno a noi", quanto di ciò che ci circonda ci accorgiamo ancora? Quante persone che non vediamo più, ma che esistono solo più come numeri telefonici, si nascondono dietro quei tasti ricoperti di lettere dell’alfabeto? Se è così, se non riusciamo o non vogliamo che evadano dal display è forse meglio riconsiderare il nostro rapporto con loro, forse non sono poi così importanti, oppure noi lo siamo così tanto per loro. Si vivono notti insonni nella speranza di avere il numero di cellulare della lei (o del lui) che ci piace, e poi una volta avuto cosa cambia? Ci basta davvero questo per entrare nella sua vita, se prima non sappiamo guadagnarci la sua considerazione? Lo sappiamo, se sono rose fioriranno, se son cachi... E pensare che i miei domani mi regaleranno un cellulare nuovo per il mio compleanno, per cui ho chiesto di evitare quelle idiozie che si piegano e che se possono ti fanno anche il caffè e ti scaldano la minestra in due minuti. Mi basta che faccia le telefonate. Ma stavolta non mi faccio fregare, in rubrica ci metto solo i nomi di chi conta veramente, di chi so di poter incontrare ancora per strada e parlarci assieme, chi se ne frega se lo conosco da una vita o da una settimana!

 

foto

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mercoledì, novembre 09, 2005

 

Ieri finalmente ho dato il mitico esame di Letteratura Italiana. 29 il voto.  Che emozione, è un po' come per uno studente di Scienze Naturali dare Botanica o Zoologia, o per uno di Giurisprudenza dare Diritto Romano. Qualcuno dirà: ma quando la finisce l'Università questo? ancora studia? Devo ammettere che a Palazzo Nuovo fra poco mi fanno una statua istitutiva, visto che devo già far parte delle leggende locali... Ti ricordi quello lì con la pelata, gli occhiali, il berretto da pescatore...no una volta era una coppola, ma adesso c'ha il berrettino...sì, c'è ancora, sono anni e anni ormai... In effetti, forse quando sono entrato a Lettere i capelli ancora ce li avevo. Ricordo perfettamente il giorno in cui ho smesso di fare lo studente, la settimana successiva all'esame di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. Adolescente abituato a passare i pomeriggi in biblioteca (era destino evidentemente!) in compagnia dei miei amici, il "nostro" tavolo da dieci, il caffè alle quattro, il ritorno a casa al tramonto. Che bei giorni... Li ricordo con nostalgia. Poi c'è stato il servizio civile al Sermig, e ho smesso di sentirmi uno studente. Vita comunitaria, il mio monolocale con angolo cottura, il mansionario che andava dal dormitorio la sera al servizio con i malati di AIDS. Altro che studentello, non per vantarmi, ma quando capita di avere a che fare con casi particolari - chiamiamoli così - si cresce in fretta o si scoppia. Poi, finito il servizio civile, tempo due mesi e vado a lavorare alle Seat Pagine Gialle a tempo pieno per dieci mesi. E via così... Adesso non rinuncerei al lavoro per niente al mondo, non lascerei tutto per dedicarmi completamente allo studio. Ed è per questo che non sopporto più l'arroganza d certi studenti di Lettere, che vogliono sembrare dei patetici intellettuali, s'inventano persino la erre moscia per tirarsela ancora di più, pensano di non avere niente da imparare, di conoscere tutto della vita e di poter dare solo lezioni. Per cui, da tempo non brancolo più in quell'enorme astronave aliena che è Palazzo Nuovo, quello scherzo dell'architettura sorto negli anni '60 unicamente per avvilire lo splendore magico e lunare della Mole. Però quando mi capita do ancora gli esami, e questo probabilmente è stato il più impegnativo fra quelli sostenuti fino a adesso. Lo ammetto, anch'io ho avuto degli amici dell'Università, ho fatto le tirate fino all'alba, ho condiviso le gioie e le delusioni degli esami preparati e - raramente - dati insieme. Ne sono rimasti pochi, di alcuni non ho neanche più il numero, chi mi ha rubato il cellulare l'ultima volta ha reciso anche gli ultimi legami con loro, visto che dubito che si faranno mai più vivi. Ricordo con piacere i pochi che sono rimasti, a volte dimentico di averli conosciuti tra le quattro mura di aule affollate oltre ogni umana previsione, e quando mi definisco un loro amico dell'Università un po' mi sento i panni stretti addosso. Ma credo che per molti di quei pochi io continui ad essere semplicemente questo. Ricordo le mie vecchie fiamme, tutte meno una hanno studiato lì, e proprio negli ambienti di Palazzo Nuovo ci siamo chiariti le idee, o me le sono chiarite io. Gli sguardi fugaci, le corse sulle scale, far finta di non vedersi, chiamare ad alta voce e vedere che non si accorge di te, gli incontri mancati, quelli imprevisti, le parole frenate tra i denti, le scuse inventate e quelle mai fatte... Un linguaggio eloquente più delle parole, che proprio in posti come questo abbiamo imparato a parlare e a usare come ci aggrada in giro, nella vita fuori dai cancelli, lontano dai banchi, in mezzo alla gente. Tante immagini nella memoria, che resteranno con me per sempre, ma sono contento che ogni volta che imbocco via Sant’Ottavio per salire i gradini del “mostro” lo faccia per togliere subito il disturbo.

 

Antica sede dell'Università - Torino

 

Antica Università di Torino...magari fosse ancora questa!

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domenica, novembre 06, 2005

Non temere,

ci sono notti fatte per finire

e albe che sorgono per sorprendere

 nevicate che irrompono dal cielo alla luce di un lampione,

 ma quando si fa giorno tutto è puro e candido…

 

 

 

 Non temere il freddo,

 quando sei per strada e il fiato si fa nuvola

 basta guardarsi attorno

 e vedrai che non sei solo a camminare

 e vedrai che c’è sempre un luogo caldo in cui entrare.

 

 

 

 Non avere paura a chiedere,

 a domandare,

 a fare squillare il mio telefono,

 a chiedermi di poter tornare.

 Non capisci,

 che se mi dessi le gambe per seguirti,

 la voce per parlarti,

 le mani per accarezzarti,

 sarei sempre con te,

 farei miliardi di miglia,

 per poterti accompagnare?

 

 

 

 Non c’è notizia che ti debba disperare

 e rimprovero che ti debba dispiacere,

 fermati a pensare,

 che come tutti sei nata per sbagliare

 e per correggere,

 per deludere

 e confortare.

 Ma che se sei nata per cadere,

 io esisto per prenderti al volo.

 

 

 

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mercoledì, novembre 02, 2005

Venerdì scorso, al prescuola, io e la mia collega abbiamo provato a leggere una storia ai bambini, anche per fare qualcosa di diverso. Ci sembrava un modo per passare una bella ora in silenzio tutti insieme. Dopo aver creato l’atmosfera abbassando le tapparelle e accendendo delle candele, abbiamo cominciato. Risultato: una catastrofe. I bambini o parlottavano, o strisciavano per terra, o si nascondevano sotto la scrivania; insomma, facevano tutto tranne che seguire. In mezz’ora non siamo riusciti a leggere un racconto di tre pagine scarse. Potete immaginare la delusione, perché se è vero che sono bambini e per loro natura è difficile conquistarsi la loro attenzione, è vero che ai bambini non piace più sentire raccontare le storie.  Ero così io? No. E penso che la mia generazione non sia stata l’ultima ad amare giocare e fantasticare. Mi ricordo che nella mia scuola un venerdì al mese allestivamo una biblioteca in aula e ognuno poteva prendere un libro. Leggere non mi piaceva ancora tanto, ma non mi è mai mancato un libro della biblioteca in casa, e alla fine li ho sempre finiti. Stessa cosa alle medie. Mi sono chiesto a cosa può essere dovuto questo cambiamento. Alla scuola. Avete presente cosa può significare per un bambino dai 6 agli 11 anni passare otto ore in aula a fare di tutto, soffocato da almeno due maestre (una volta ne bastava una), punito se si permette di portare un giocattolo in classe, costretto a rendere da subito in quattro o cinque materie? Poi il sabato è libero, ma il paragone non rende. Fa il doppio del lavoro in settimana, non mi pare che le ricreazioni siano distribuite abbastanza da farlo riposare, niente cartoni animati. Poi ci stupiamo se trattano (su consiglio dei genitori) il pre e postscuola come ore di ricreazione, se conoscono solo i nomi dei wrestler (detto tra noi, il Catch e il Wrestling li trasmettevano già quand’ero marmocchio io, e non per questo ci esercitavamo in classe a spezzarci le ossa con le mosse segrete) o dei calciatori. Cosa dire poi dei genitori che non sanno più come tenere i propri figli, che hanno paura di dargli uno scappellotto ancora poi gli fanno male, che li riempiono di vestiti firmati che dopo due mesi non gli vanno più e spendono capitali in “scacciapensieri” che fanno impallidire persino il tamagochi… E poi, per non averli tra i piedi, li parcheggiano alle sette e mezza a scuola e li vanno a riprendere alle cinque e mezza. Non contenti, se hanno del tempo libero li iscrivono al corso di calcio o a quello di danza (a seconda del sesso), perché prima si comincia e meglio è. Ecco delle perfette bambole comandate, delle oche ingrassate buone solo per il paté, degli stacanovisti dei videogame che conoscono già i loro diritti a sei anni e a undici si sentono grandi abbastanza per fumare la prima siga, già adulti prima di nascere. E se poi gli chiedi chi è il gatto con gli stivali, ti rispondono che è un amico di Shrek. Loro, di certo, non correranno il rischio di ammalarsi della sindrome di Peter Pan.

 

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