martedì, febbraio 28, 2006

Cinque anni fa, giorni di alberi che cominciano a fiorire e di petali risucchiati in vortici agrodolci di una primavera ancora fredda, di un inverno più caldo. Il risuonare di una canzone che penetra nell'intimo, di un canto che cade dagli occhi, di parole ascoltate a tutto volume tra le pareti della mia camera, la voglia di fare incontri, di trovare qualcuno, di una voce amica con cui chiacchierare. L'attesa della prima fatica, prossima a essere premiata, il senso del distacco da una presenza muta ma sofferente, i languore negli occhi e i guaiti di Lilli che sta per morire, la sua voglia di vivere che non cede al dolore.  Quando seppelliamo il nostro cane è l'ultimo giorno d'Inverno, tra le lacrime, da domani sarà primavera e rinascerà la vita. Da che io abbia memoria lei c'è sempre stata, da domani resterà solo la gioia di pensarla a correre tra campi di luce, come una volta. Dubbi e speranze, felicità improvvise e impreviste rinunce, la mia intima fede che sembra traballare, ma anche un innegabile senso di presenza nel mondo che mi aiuta a recuperarla, con umiltà e speranza.

And you're a thousand miles away
your arms a sweet sweet sweet embrace
and you're a thousand miles away 

your arms a sweet sweet sweet embrace. 
Why...why...why...why?

 Poi un sogno che si avvera, la prima presentazione, una dedica anche a chi non c'è più che vuol essere un canto di vita.

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mercoledì, febbraio 22, 2006

In questi giorni vivo in quasi totale solitudine lavorativa - vedrò i miei colleghi del mattino e del pomeriggio solo due giorni da qui al 3 marzo, complice un corso di banche dati e la scorpacciata di gare olimpiche dal vivo che mi sto facendo. Non pensate, la solitudine è una cosa davvero stressante, a volte, soprattutto se devi inventarti un modo per far passare il tempo. Altro che amata, come direbbe Battiato. E francamente scrivere un post per il blog a volte può far piacere, ma non lo si può far diventare un’abitudine, se no dopo un po’ si ha la sensazione di vivere in un mondo parallelo fatto di comunicazioni al di là del muro, del cui interlocutore si sente solo la voce o, più precisamente, si leggono i pensieri. Preferirei magari avere più tempo per me a casa, una casa mia, tanto per cominciare, dove uscire e rientrare all’ora che voglio, non dover rendere conto a nessuno dell’ora in cui mangio o a cui vado a dormire, un posto da arredare a mio piacimento, in cui farci entrare cani e gatti, se mi va, e magari anche qualche amico per cenare in compagnia senza per forza farsi spennare al ristorante. Mentre fuori gradirei vedere molta più gente, ma ultimamente il mio cellulare è più muto di una tomba, così mi consolo a spiare i turisti che fotografano tutto quello che passa, pure i piccioni, a cercare di capire qualcosa di ciò che dicono e, più facile, di cosa pensano dalla semplice espressione. Cos’è questo stupore negli occhi? Cosa pensavano fossimo noi italiani? A già, italiani pizza e mandolino. Per arrivare alle sette e mezza anche stasera mi sono portato da leggere un libro nuovo. Non è molto lungo, sembra scritto apposta per i bibliotecari in quasi totale solitudine lavorativa.

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martedì, febbraio 21, 2006

Viaggia in tram vecchi e colorati, e rimbalza sui muri di palazzi che irrompono dal finestrino quando non sai dove guardare, perché dove ti giri c’è storia da leggere e raccontare. L’Europa delle piazze e dei caffé all’aperto, dei grandi fiumi urbani che scorrono placidi alla luce soffusa di un sole a volte stanco, si muove piano e si concede a tratti, passo dopo passo, sguardo dopo sguardo, tra profumi di zucchero e senape, tra canali e vicoli, dove l’ombra di cattedrali e torri immortali riempie l’aria e sovrasta il cielo. Si muove a tempo dei suoi valzer ritmati da organetti immancabili, o dei saltimbanchi che intrattengono i turisti come zingari sorpresi nelle loro danze attorno al fuoco. Fanfare e giochi, oro nei palazzi, incenso nelle chiese e birra nelle osterie, musei che raccontano di grandi artisti e di audaci mecenati, di scoperte epocali e di storiche conquiste. Non c’è angolo che non la rappresenti, dai rosoni ai minareti, dai mari del sud ai fiordi polari. È piccola e diversa, non appare mai come sembra, un mondo in miniatura di genti orgogliose e variegate, che non parlano mai la stessa lingua, dai tempi immemori delle guerre e delle sollevazioni. Solo l’Europa sa d’Europa, le sue strade che trasudano storia, teatri e bordelli, porti nebbiosi e treni fumosi, i ciottolati delle sue città, levigati dal passaggio, un tempo, di eserciti e carovane.

 

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giovedì, febbraio 16, 2006

Dedico questo post alle mie colleghe Manu e Cri, che sono “grandi appassionate” di questo sport e che da oggi lo saranno senz’altro ancora di più. Parlo del fenomeno del momento, chiaramente, l’imprevedibile Curling, che sta attirando consensi e spettatori grazie alle gloriose imprese degli azzurri all’Olimpiade. Ma qual è il regolamento di questo  sport?   

 Il Curling è un gioco a squadre che consiste nel far scivolare blocchi di pietra dotati di manico (chiamati stone) in modo che si arrestino su un bersaglio disegnato sul ghiaccio. Ogni squadra è composta da 4 giocatori:   

 Il lead è colui che effettua il primo tiro; il second è quello dalla mira migliore, quello che deve togliere le stone degli avversari dal bersaglio; poi c’è il third, a cui toccano le giocate più spinose e lo skip, quello con più esperienza, che stabilisce la tattica, consiglia i compagni su ogni lancio e tira per ultimo.

 Ogni partita è formata di dieci mani. Ad ogni mano tutti i giocatori lanciano a turno due stone, alternando i componenenti delle squadre.

 Dopo il lancio entrano in azione altri due giocatori, quelli muniti dei famosi “spazzoloni” (chiamati broom), che corrono sul campo di gara (il rink) anticipando di poco lo stone, assecondando la traiettoria e prolungando la rotazione pulendo il tratto di ghiaccio antistante. Dopo che entrambe le squadre hanno lanciato tutte e otto le stones a loro disposizione viene determinato il punteggio. La squadra con la stone più vicina al tee - cioé la linea più prossima al fondo della pista - riceve un punto per ogni stone che sia ad una distanza minore dal tee della più vicina stone avversaria.
La squadra che non ha segnato punti nella mano ha diritto a tirare l'ultima stone, detta hammer, nella mano successiva. 
 

 Nato in Scozia nel 1500, questo sport era praticato sui laghi ghiacciati con dei ciottoli ed è testimoniato anche dai pittori fiamminghi in celebri dipinti. Nel XVII secolo si cominciano a usare dischi di pietra appositamente lavorati e bastoni per pulire la neve. Le classiche pietre circolari con impugnatura di metallo si diffondono nel 1775, e negli stessi anni il gioco diventa molto popolare anche in America, esportato dagli immigrati europei.

 

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martedì, febbraio 14, 2006

Oggi è la festa di San Valentino, cioé la festa più inutile del mondo già solo perché non è per tutti. E non mi sento per niente uno sfigato nel dire che dal momento che ho da poco conquistato il mio ennesimo 2 di picche, la sento lontana anni luce. Ma penso che anche dovessi avere la ragazza non ci troverei niente di incredibile nel festeggiare un giorno che è come qualsiasi altro, perché se si ama qualcuno non bisogna aspettare San Valentino per fargli un regalo o andarci fuori a cena. Tutt'al più questo serve a far fare soldi ai cioccolatai e ai fiorai. Eppure se non rispetti il protocollo manchi di sensibilità, sembra che non ci tenga abbastanza a chi dici di amare, magari il primo che te lo fa notare è proprio la persona che ti sta accanto, per cui tutti si fiondano a festeggiare, la buona parte, forse, solo per non creare occasione di litigio. Personalmente ricordo un anno in cui io e una mia amica eravamo andati a comprare un regalo per una ragazza che compiva gli anni il 10 di febbraio. In quel negozio c'era un oggetto che le piaceva molto, e siccome lei piaceva molto a me, ho aspettato che salisse sul pullman per tornare a casa e sono tornato a comprarglielo. Gliel'ho dato a San Valentino, come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma non ho mai capito quanto l'abbia gradito veramente. L'amore a volte crea imbarazzi e distanze, cambia i rapporti, li annulla, per cui anche il motto che si può restare buoni amici spesso va a farsi benedire, soprattutto se chi lo dice è l'ultimo a crederci e il primo a togliere le tende e sparire. Capita più spesso di quanto si voglia ammettere, e si preferisce non parlarne e lasciar perdere. Si preferisce parlare degli innamorati e del primo bacio, ma oggi ho preferito ricordare i cuori infranti, coloro per cui festa non è, che vorrebbero avere qualcuno a cui fare un regalo, un regalo di cuore, al posto di tanti regali fittizi fatti solo per rispettare il copione. Ricordarli e augurare loro di non smettere mai di provarci ancora, di non perdere mai occasione per innamorarsi ancora.

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mercoledì, febbraio 08, 2006

Credo che sia difficile capire cosa rappresenti un'olimpiade per chi non ha la fortuna (o per alcuni la sfortuna), di averla in casa. Mentre sono qui a Palazzo Carignano a catalogare, mi giungono da Piazza Castello, resa irriconoscibile dal megapalco per le premiazioni e i concerti della Medal Plaza, i suoni di una canzone a tutto volume, che starà accompagnando il lavoro di migliaia di persone nel circondario. Non può che essere per le prove acustiche, in modo tale da arrivare - sabato sera - al concerto di Bocelli senza intoppi. E' solo un assaggio di questa atmosfera olimpica che per l'Italia magari è solo il viaggio della fiaccola, ma per noi a Torino è un tripudio di novità.  Domenica, ad esempio, sono andato a fare un giro sulla metropolitana, e ho visto una televisione giapponese che faceva le riprese e preparava un servizio. Dal momento che era qui per i Giochi ha fatto che scaldare le telecamere con un pezzo sul retroscena dei preparativi. Poi sono andato con degli amici a visitare la chiesa inferiore del Duomo, che non sapevo neanche esistesse, aperta per l'occasione per mostrare a turisti e pellegrini i resti delle tre basiliche su cui è stata eretta la cattedrale di Torino e presentare una specie di Ostenzione virtuale della Sindone. Anche qui telecamere di tv straniere a go go. Poi una cioccolata calda, anzi, per l'esattezza, un cappuccino viennese con panna montata e scaglie di cioccolato, in compagnia di una comitiva, ancora giapu, intenta a scofanarsi pasta, pizza, e taglieri di formaggi locali e affettati. E poi il palco della NBC in Piazza San Carlo, da dove per venti giorni la televisione americana trasmetterà una parte del suo palinsesto, tra cui i telegiornali. E' solo l'inizio, credo, e se da un lato creerà inevitabili disagi, dall'altra porterà visibilità, ma soprattutto un senso di festa e scambio. Purtroppo c'è già chi ha preparato le valigie per non assaggiare tutto questo (anche se il numero di oppositori si è assottigliato considerevolmente), ma a me piace restare qui e, per quanto mi è possibile, documentare, perché penso che sia il piacere e il dovere di uno scrittore. Del resto Vasquez Montalban, il papà di Pepe Carvalho, da buon catalano visse con entusiasmo la trasformazione di Barcellona per i Giochi del '92, parlandone spesso anche nei suoi romanzi, perché la sua città era in qualche modo l'anima delle sue storie. E considerando quanto sono legato a Torino, non potrei che prenderla con questo spirito. Nel frattempo, aspettiamo la torcia, che stasera arriverà a Venarìa.

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venerdì, febbraio 03, 2006

Siamo arrivati, dunque, al fatidico giorno dell’inaugurazione della metropolitana di Torino, di cui al resto d’Italia probabilmente non frega niente, ma tenendo conto che da noi le cose si fanno sempre con anni di ritardo rispetto al resto d’Europa, e che a Torino questa infrastruttura è stata fatta con decenni di ritardo rispetto alle altre metropoli italiane, non può che essere un segno per tutti che le cose prima o poi succedono anche nello Stivale. Dopo Roma, Milano, Napoli, Genova, Palermo e Catania, Torino conosce la sua prima volta sotto terra, presentando il suo metrò in pompa magna, con uno strascico di ministri e sottosegretari degni di una missione diplomatica. Domani, per intenderci, ci sarà un casino che la metà basta, ultimo disagio che questa importante opera si porta dietro, almeno per quel che concerne le prime 11 stazioni. La linea 1 parte da fuori Torino, da Collegno (la città dei pazzi omaggiata anche da Totò) per arrivare in centro, davanti alla stazione di Porta Susa (che però tra qualche anno verrà ricostruita più in là, con la sua apposita fermata del metrò). Poi verranno inaugurate altre quattro stazioni a metà del 2007 (fino a Porta Nuova, che per poco tempo sarà ancora la stazione centrale di Torino) e nel 2009 altre sei fino al Lingotto. Ma il prolungamento di questa interminabile linea dovrebbe portare in sette, otto anni le stazioni a una trentina in tutto. La domanda che sorge spontanea è: non facevano prima a fare due linee?

  Magari sì, ma meglio non farglielo notare, stare zitti e ringraziare, che così è già abbastanza.

  Macchina perfetta, la metropolitana non ha personale di servizio, è pilotata da una centrale come se fosse il trenino delle montagne russe ed è tutta automatizzata anche negli ingressi e nelle uscite. Ascensori per i disabili e scale mobili che vengono a prenderti anche a casa, se necessario. Stazioni piccole, luminose, dove non ci sono i bagni (qualcuno ha paura che i terroristi li usino per attentati, ma se è per questo si poteva proprio evitare di fare la metro) ma in compenso ci sono dei televisori che mandano spezzoni di film a tema senza interruzione, mentre uno aspetta che arrivi il treno. Per salire ci sono i cancelli di sicurezza, che si aprono solo quando il treno è fermo in stazione, e ogni stazione ha un fondale ispirato alla zona in cui è inserita e alla sua storia. Bello, no?

  L’invito è che se verrete un giorno a Torino, non lasciatevi scappare l’occasione di farci un giro, anche se non vi porterà dove vi servirà andare, che è poi quanto capiterà a due terzi dei torinesi, soprattutto a chi abita a Torino nord come me.

Per saperne di più:

 

http://www.metrotorino.it/index_flash.php

 

 

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