Stamattina, dopo una notte passata tra sogni di cui ricordo poco ma che, questo lo ricordo, mi hanno fatto sentire bene, ho acceso la televisione e come prima cosa mi è apparsa la Natalie Imbruglia di dieci anni fa che davanti a una telecamera cantava Torn. È subito esploso un mondo, perché a una canzone leghiamo ricordi, incontri, stati d’animo, sogni e speranze, insomma fasi della nostra vita. È il caso di dire: a ogni periodo la sua canzone e chi la canta. Natalie Imbruglia, Alanis Morissette e Elisa sono state una fissazione per tre o quattro anni, a turno, certo, ma comunque non hanno mai smesso di coinvolgermi con il loro sound. Poi il testimone è passato a Lene Marlin, quando ho cominciato a scrivere Millegiorni, e ancora adesso se mi capita metto un suo cd e sprofondo nel suo mondo nordico di luci soffuse. Chiaramente ho ascoltato e ascolto anche molta musica maschile, ma le canzoni che spesso hanno fatto da sottofondo alla stesura dei miei libri chissà perché sono di donne. Il mio ultimo romanzo edito, Italoamericana, l’ho scritto ascoltando in continuazione Left of the middle, e ho citato la canzone che dà il titolo all’album nell’incipit, quando Miki sta per atterrare all’aeroporto di San Francisco. Ripensando a quel periodo, il 2000, credo che canzone non avrebbe potuto essere più adatta a iniziare una mia storia.
And my world falls down, and I’m there calling out, but it’s something I can say, though it seems the only way, but it’s a game that I can’t play not today.
Nei giorni che non parlo e rimugino rancori,
il mio cuore che batte a stento in nebbiose visioni,
se sai che sono triste, perché hai sperimentato la mia anima scossa,
non voltarmi le spalle, ma prendimi per mano,
carezzami la testa, solleva il mio sguardo,
dalla notte al sole,
dai sassi alle stelle,
mio Signore.
Insegnami a camminare, perché al mio passo ne segua un altro,
senza fretta, come un respiro, come a riprendere fiato,
e caricami sulle spalle, perché voglio guardare,
un mondo dall’alto degli occhi di un neonato,
che ha appena imparato a imparare.
Sono un bambino smarrito e sconsolato,
carezzami la guancia, asciuga con un dito le mie lacrime,
gioca con me, incantami, prendimi di lato,
a ricordar il mio nome, a spazzolarmi il vestito,
a rimproverarmi per le mie ginocchia sbucciate,
per le frasi impolverate di malignità e dissapori.
Se mi giro ai quattro venti e non so dove cercarti,
non ritirare il tuo sguardo, non farti sordo,
anche quando arranco e cado, e abbraccio solo sabbia,
e dico che non ci sei, e racconto che non esisti,
prendimi in braccio, che respiri il vento,
e ti senta, mio Signore, scorrermi sulla faccia,
toccarmi dentro, piangere di chiarezza,
luce divenire, nel solco di un’amarezza.
Aspettami arrivare, avvicinati piano,
sussurrami con amore e dispetto,
stuzzicami e scuotimi,
parlami
parlami
parlami.

Oggi ero sul tram 16, quello che da un po’ di tempo ho ribattezzato il manicomio ambulante, perché tutti i più svitati lo prendono per farsi un bel giro per il centro. Quando arriva…ci sono dei giorni che fa venire il latte alle ginocchia per l’attesa… da subito si capisce che si respira un’aria nuova, folle, di gente che ribolle dentro ed è pronta a saltare per ogni sciocchezza. Non sono rari i litigi fra i passeggeri, anche per la consistente presenza di immigrati più o meno regolari che sale alla fermata di Porta Palazzo, carichi di borse della spesa appena fatta. Ma fosse solo per questo. Oggi, a l’una, quando l’ho preso per tornare a casa dalla biblioteca, c’erano persino due poliziotti in divisa, con le pistole pronte nella fondina, gli sguardi attenti ad ogni movimento. Si sa che quando si passa da Porta Palazzo può succedere di tutto, ma per favore, il primo pomeriggio, di sabato per giunta, mi sembra un po’ esagerato. Eppure erano lì, fermi, guardinghi, attenti ad ogni mossa falsa, in piedi in mezzo la tram pronti ad intervenire. Che avessero in progetto una retata? Poi salgono due suonatori ambulanti, quelli che in genere popolano le metropolitane di tutto il mondo – mi pare che a Torino per adesso la metro la lascino in pace -, ma da noi preferiscono i tram, perché sono lunghi, spaziosi, vanno alla velocità giusta perché gli scossoni non li facciano cadere. Sul 16 salgono sempre questi due ragazzi, forse parenti, forse fidanzati, lui suona con la fisarmonica un motivo stonato, lei passa col bicchiere a chiedere un contributo. Fanno tenerezza, perché sembrano davvero sperare che qualcuno gli dia una moneta, non sembrano approfittare l’un dell’altra, sembrano molto legati, insomma. Ma oggi c’erano i due poliziotti di vedetta, qualche signora indignata ha pensato bene di segnalare la loro presenza ai due distinti tutori dell’ordine, come se loro non se ne fossero accorti, perché intervenissero, che proprio in una città civile come Torino non si può tollerare che la gente salga sui tram a rallegrare un po’ gli animi in cambio, se è fortunato, di una monetina. Non se ne può più di questo ricatto. Fortuna che nessuno ha raccolto l’appello e i due prodighi sono stati lasciati in pace, liberi di passare tra la gente senza una parola, scendendo alla fermata dopo. E pensare che quello dei musici ambulanti è uno dei mestieri più antichi del mondo. Certo se non avessero bisogno di mendicare per vivere sarebbero più felici, e saremmo felici noi per loro, ma a parte questo, non hanno mai fatto male a nessuno. Lasciateli un po’ in pace.

Dandosi reciprocamente dell’ubriacone e dell’idiota di fronte a parecchi milioni di italiani che proprio non ce l’hanno fatta a perdersi il duello tv più scanzonato della storia, i due leader politici, come comari inacidite, hanno dato inizio all’ultima settimana di campagna elettorale. Basterebbe questo a convincermi ad andarmene al mare, domenica, ché senz’altro in Liguria ci sono cinque, sei gradi in più che a Torino. E invece no, l’unica volta che speravo di non essere chiamato ai seggi da quando mi hanno tolto la nomina di presidente mi hanno fatto i dispetti e passerò il fine settimana a timbrare schede e a strappare tagliandi e scrivere numeri di carte d’identità. Sono sempre soldi ed è un periodo, questo, in cui lavorare non mi pesa, anzi lo preferisco di gran lunga a scrivere, studiare e stare in compagnia. Eppure ho da poco ripreso la stesura di un romanzo che avevo lasciato in sospeso, ho cominciato a prepararmi l’esame di Storia della Lingua Italiana e cerco di non isolarmi, benché conteso tra chi mi incolpa di farmi troppo i fatti i miei e non pensare agli altri, e chi mi accusa di impicciarmi troppo dei fatti suoi invece di pensare ai cavolacci miei. Io mi adatto, cerco di ricarburare e impegnarmi la giornata, che è primavera e le giornate si allungano. E mi organizzo viaggi a Mantova e cene al ristorante giapponese, per distrarmi un po’, che non fa mai male. Poi dopo l’ecatombe elettorale che si prospetta nei prossimi giorni, non potrò che aver bisogno di cambiare aria.