martedì, settembre 26, 2006

Tutti li trovano così così, però ormai hanno invaso la città e hanno colorato le vie, le piazze e i cortili di Torino. Sono dappertutto, almeno fino al 30 settembre, quando verranno rimossi e messi all'asta a Torino Esposizioni (il 7 ottobre). Personalmente alcuni sono abbastanza anonimi, altri se vogliamo pure un po' brutti, ma un po' mi mancheranno. Chi vuole può partecipare all'asta e comprarli. Base d'asta: 5000 euro. Poi li si può mettere dove si vuole, nel giardino, per chi ha un salone spazioso in un angolo, per chi ha un bagno spazioso... Insomma, un posto lo si trova sempre, a guardarli bene sono simpatici, ci puoi parlare e loro ti ascoltano e non ti contraddicono mai.

La Biennale dei Leoni 2006

Il nome della manifestazione ha origine dalla città di Lione, che ogni due anni organizza, con una città gemellata o legata da iniziative comuni, un'esposizione itinerante, per cui una settantina di artisti di tutto il mondo realizzano delle sculture ispirate ai simboli delle due città coinvolte (il leone c'è sempre). Dopo Torino nel 2008 sarà a Montreal e nel 2010 a Canton.

Muuuuu!!!

postato da: Iburo alle ore 19:56 | Permalink | commenti (14)
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sabato, settembre 23, 2006

Allora, qui c'è grossa crisi: c'è preoccupazione perché Torino rischia di perdere la sede centrale della San Paolo; c'è preoccupazione perché Torino rischia di perdere il passaggio della TAV; c'è preoccupazione perché Prodi ci vuole così bene che ha già più volte proposto Milano in sede internazionale come candidata italiana all'Expo 2015, al posto di Torino, che comunque si era candidata prima.

 Secondo voi, uno scrittore alle strette, con un lavoro da bibliotecario che di sicuro non ha niente, un curriculum spesso come le Pagine Gialle che i datori di lavoro preferiscono usare in bagno o come carta riciclata, come se la passa se ha la sensazione di vivere in una città che invece che creare lavoro si fa soffiare (come sempre) le cose sotto il naso e finisce sul lastrico? Devo cominciare a pensare di cambiare città o, meglio, paese? Voi cosa fareste?

postato da: Iburo alle ore 14:30 | Permalink | commenti (5)
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martedì, settembre 19, 2006

Sei arrivata in un giorno incerto pieno di nuvole. A pensarci bene, non avrei mai pensato di affrontare questa giornata in questo modo, di affrontare te, il pensiero di rivederti dopo cinque anni,  il tuo ritorno. Mi hai chiamato in piena notte tra i miei mugugni e improperi, il disappunto di un dolce riposo disturbato, tramortito. Per dirmi che arrivavi oggi, che saresti atterrata a Caselle alle sei. Bel modo di ripresentarti, chissà perché tra tante persone hai voluto rivedere me... Io non ti ho più scritto, mai che ti abbia fatto una telefonata, a pensarci bene non ho neanche più il tuo numero di cellulare in rubrica. Eppure hai cercato me. Penso alle tante volte che ho desiderato succedesse in passato, e poi quel tuo diniego perentorio, la rottura di un bel rapporto, le cose che avrei voluto dirti sfumate in un respiro, asciugate. Non puoi immaginare quanto mi sono pesate quelle parole, ho impiegato mesi per metterle assieme nel modo giusto, per dare loro una coerenza e il massimo significato che potessi imprimergli, fino a quando sono rimaste in me e non ho potuto fare altro che tenermele.

 Mi chiami e mi dici che ti piacerebbe cenare con me. Ti chiedo dove possiamo vederci e mi indichi un albergo in centro, vicino a Piazza Statuto. Pensavo mi avresti chiesto di vederci già all’aeroporto, ma evidentemente ti andava di passare prima in albergo, prendere la camera, darti una rinfrescata. Mi hai detto che sei qui solo per due giorni, poi tornerai a Bruxelles, tra riunioni della Commissione Europea e statue di bambini che pisciano. Per la prima volta sei riuscita a strapparmi un mezzo sorriso, a sentirti sembrava quasi che non ne potessi più di vivere là, che ti andasse di tornare a casa. Ma mi sono spesso chiesto dove fosse casa sua, in quale posto ti sarebbe piaciuto vivere, e mi sono detto che forse non lo sai, che non ti si può dare consigli, che ti stufi subito di tutto, che non sai cosa farai da grande. Sembri una bambina smarrita nella nebbia, ma invece che stare ferma e aspettare che tutto si faccia nitido ti muovi, scegli una direzione a caso e vai, e la nebbia ti segue. E avvolge le vite che incrociano i tuoi passi, le confonde, le spiazza.

 Intanto sei qui, le otto arrivano quasi subito e siamo al tavolo di un ristorante rinomato, uno di quei posti dove non mi sarei mai azzardato a ficcare il naso da solo, per paura di dover pagare per ogni respiro, per ogni sguardo. Tu invece vuoi che ceniamo qui, evidentemente il tuo lavoro ti fa guadagnare un sacco di soldi. Ma chi se ne frega, io penso solo che sei la solita di sempre, che il tempo per te non è passato e ho voglia di possederti. Solo che qualcosa mi trattiene dal dirtelo, ora potrei, tanto non resterai qui per molto, al limite sceglierai di non tornare mai più in città, di non farti rivedere da queste parti, o forse sceglierai un’altra compagnia per la tua prossima cena in trasferta. Cosa avrei da perdere? Eppure taccio, lascio perdere, le cose stanno come stanno e solo tu le puoi cambiare, o forse neanche più. Per quelli come me il tempo passa e cambia cose, abitudini e situazioni. Magari non avrò fatto il gesto di andarmene all’estero, magari un giorno lo farò, ma per adesso so che qualcosa è cambiato, non mi accontento più della minestra riscaldata se non posso avere un bel piatto di lasagne. Quindi scambiamoci queste due parole di circostanza, ridiamo, scherziamo, e poi ognuno a casa sua.

 Alle undici sono già rientrato. Mi sono offerto di riaccompagnarti in albergo ma non hai voluto, per cui siamo tornati in metrò. Sono sceso due stazioni prima della tua, prima di lasciarti ti ho baciato sulla bocca, veloce, repentino, strappandoti un’espressione sorpresa e un po’ incredula. Poi le porte scorrevoli del treno si sono richiuse alle mie spalle e sono rimasto solo. Mi sono voltato per cercarti, ma eri già lontana.

 Qualcosa deve essermi rimasto sullo stomaco, o forse baciarti mi ha fatto tremare e sono ancora stordito. Assaporo il mio tè prima di andare a dormire. Ne sorseggio un po’ e penso a come ti piace berlo, attorcigliando la bustina attorno a un cucchiaino per strizzarne fino all’ultima goccia l’essenza. È un po’ il tuo modo di vivere. Ho un po’ del tuo modo di vivere e questo mi basta.

postato da: Iburo alle ore 17:44 | Permalink | commenti (4)
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domenica, settembre 17, 2006

Be', visto che ha smesso di piovere e l'allarme alluvione è rientrato - ieri la Stura faceva davvero paura - posso cambiare post, che la mia poesia (ammesso che la si possa definire così, ammesso che io scriva anche poesie) ha sortito l'effetto desiderato. E' un po' come l'ombrello, che quando te lo porti dietro non piove e quando non ce l'hai diluvia. Almeno a questo scrivere questa poesia è servito: a far smettere di piovere. A qualcuno è piaciuta, tanto di guadagnato. Dovrei andare a dormire, che domani mi attende la "missione Mondovì" e devo alzarmi presto per andare in campagna. Ma si può chiamare campagna un posto che sta a quasi novanta chilometri da casa tua, una cittadina di 5000 anime a 700 m.s.m.? Considerando che non ho una casa immersa completamente nel verde potrei anche dire di no. Però i lavori ci sono, bisogna innaffiare le piante e gli alberi da frutta, bisogna strappare le erbacce e soprattutto bisogna rifare il piastrellato nel giardino, dopo neanche un anno che l'abbiamo fatto. Mi piace che io non riesco mai ad andare a Mondovì (anzi, a Villanova M.vì) per rilassarmi, le cose da fare non mancano, tranne quelle che mi piacerebbe fare. E quindi se posso restare a Torino lo faccio volentieri, almeno qui la tv prende tutte e tre le RAI, se vuoi scambiare due parole trovi con chi farlo e non hai la sensazione di essere un estraneo. E se straripano i fiumi sai sempre dove andare a rifugiarti.

Mondovi 

postato da: Iburo alle ore 00:34 | Permalink | commenti (6)
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giovedì, settembre 14, 2006

Piove che Dio la manda, che non bastano ombrelli e cornicioni, che la luce sembra sparita la fuori, e non è più mattina.

 Piove di mille gocce all’attimo che non riesco a trattenere, e i fiumi che si ingrossano,

e la gente che osserva e sembra aspettare qualcosa che solo la pioggia sembra portare o portare via, ma non si sa cosa.

Pioggia d’autunno che arriva e porta le canzoni della memoria, quelle ascoltate ogni anno mentre fuori piove e le finestre lacrimano, e un tenue chiarore spento si spalma in cielo e non sai se passerà, ma sai che è un bel cullare di odori e suoni ovattati, e che è bello dormire quando fuori piove,

ed è già mattina.

Piove da ieri sera, e prima o poi smetterà,

L’acquosa tinta degli alberi in penombra e delle case bigie si scioglierà al primo sole

E un po’ mi mancherà.

postato da: Iburo alle ore 20:48 | Permalink | commenti (8)
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lunedì, settembre 04, 2006

Questa è una recensione che ha scritto un'amica del web, Diana, giovane promessa del giornalismo - tra i blogger è conosciuta come Nuvola senza Inverno -, su un mio romanzo, Il candore dei ciliegi. Ringraziandola infinitamente, la trovo gradita anche perché riguarda un libro "datato", la mia prima pubblicazione.

ATMOSFERE GIAPPONESI

"Il momento più bello della giornata è l'imbrunire. In inverno coincide con la fuga dal posto di lavoro per il frenetico rientro a casa. La città ingioiellata di luci si mostra in tutto il suo splendore, accarezzata dagli ultimi barlumi di sole ormai morente e a volte attraversata da un vento colmo di profumi di svariata provenienza. Se il corpo è fiacco per il lavoro, solo ora l'anima comincia davvero a vivere lasciandosi trasportare da quel vento carico di memorie e testimonianze. La luna si affacciava da dietro un grattacielo di Shinjuku e sembrò guardare propriò me, ma perse subito le mie tracce non appena il treno si avventurò nei meandri della terra"... Comincia così "Il candore dei ciliegi", il primo romanzo di Alessandro Del Gaudio - che molti di noi internauti conoscono come Iburo (lo stesso nome del protagonista del libro) - ed è un viaggio nella storia e nei pensieri di uno studente universitario aspirante scrittore che si intreccia ad altre storie di vite incontrate per caso, sfiorate un momento poi svanite e riapparse all'improvviso. Un susseguirsi di eventi più o meno fortuiti e un inseguirsi di persone che si cercano l'un l'altra, a volte consapevolmente e a volte no, ruotando intorno al mistero che aleggia nella una casa di una gheisha; ma anche un racconto nel racconto, con il miscuglio della realtà vissuta dal protagonista e la sua immaginazione che prende forma nelle pagine del romanzo che sta componendo, come in un incastro di scatole cinesi. Una storia di suggestioni provenienti dai cartoni animati giapponesi, di cui i protagonisti - con i loro sentimenti rivelati o nascosti - hanno molti tratti, con l'irruzione improvvisa di figure bizzarre che portano colore e allegria, nell'atmosfera dell'inverno, molto nipponica all'inizio del racconto e sempre più italiana durante il procedere (con le scelte del caffè espresso, della pizza o della letteratura di Pavese). Il tutto caratterizzato da continui spostamenti in treno (bellissima l'intuizione "L'anima del treno sono i suoi passeggeri, con le loro storie chiuse nello scrigno dei loro pensieri o con tanti segreti da rivelare al mondo"), occhi che spiano, sguardi che osservano silenziosi, amicizie nate per caso e amori portati avanti dal destino, in una trama fitta di situazioni che si aggiustano via via che si procede verso il finale.

postato da: Iburo alle ore 09:59 | Permalink | commenti (8)
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venerdì, settembre 01, 2006

Stamattina sono particolarmente di buon umore, non solo perché oggi ricomincio a lavorare come sostituto al pomeriggio, dopo tre mesi di trepidante attesa, ma anche perché ieri tutti i telegiornali hanno passato la notizia del ritrovamento dei quadri di Munch. Certo l'attenzione è andata soprattutto a quello che è da tutti considerato il suo capolavoro, l'Urlo. Come si sa, erano due anni che la polizia norvegese era sulle tracce del prezioso dipinto, rubato con un colpo a mano armata alla fine di agosto del 2004. Solo dieci anni prima un'altra versione (ne esistono quattro) della medesima opera era stata trafugata dalla Galleria Nazionale di Oslo, proprio il giorno dell'Inaugurazione dei Giochi Olimpici di Lillehammer. Era stato ritrovato due mesi dopo. Dietro il furto del 2004, invece, sembra ci fosse un fatto di cronaca, una rapina ai danni di una banca di una cittadina vicino a Oslo in cui era morto un poliziotto. I quadri erano forse stati "presi in ostaggio" per assicurarsi la fuga. Comunque, tutto è bene quel che finisce bene. L'Urlo e la Madonna sono di nuovo al loro posto, e chissà che un giorno io non riesca ad andare ad Oslo a vederli, come mi riprometto da anni. Per adesso sono qui in biblioteca, a catalogare come un pazzo (ieri mi sono toccati, tra gli altri, tre libri in cirillico), in compagnia di una studentessa molto carina. Non posso lamentarmi, insomma.

 

postato da: Iburo alle ore 11:41 | Permalink | commenti (6)
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