Sei arrivata in un giorno incerto pieno di nuvole. A pensarci bene, non avrei mai pensato di affrontare questa giornata in questo modo, di affrontare te, il pensiero di rivederti dopo cinque anni, il tuo ritorno. Mi hai chiamato in piena notte tra i miei mugugni e improperi, il disappunto di un dolce riposo disturbato, tramortito. Per dirmi che arrivavi oggi, che saresti atterrata a Caselle alle sei. Bel modo di ripresentarti, chissà perché tra tante persone hai voluto rivedere me... Io non ti ho più scritto, mai che ti abbia fatto una telefonata, a pensarci bene non ho neanche più il tuo numero di cellulare in rubrica. Eppure hai cercato me. Penso alle tante volte che ho desiderato succedesse in passato, e poi quel tuo diniego perentorio, la rottura di un bel rapporto, le cose che avrei voluto dirti sfumate in un respiro, asciugate. Non puoi immaginare quanto mi sono pesate quelle parole, ho impiegato mesi per metterle assieme nel modo giusto, per dare loro una coerenza e il massimo significato che potessi imprimergli, fino a quando sono rimaste in me e non ho potuto fare altro che tenermele.
Mi chiami e mi dici che ti piacerebbe cenare con me. Ti chiedo dove possiamo vederci e mi indichi un albergo in centro, vicino a Piazza Statuto. Pensavo mi avresti chiesto di vederci già all’aeroporto, ma evidentemente ti andava di passare prima in albergo, prendere la camera, darti una rinfrescata. Mi hai detto che sei qui solo per due giorni, poi tornerai a Bruxelles, tra riunioni della Commissione Europea e statue di bambini che pisciano. Per la prima volta sei riuscita a strapparmi un mezzo sorriso, a sentirti sembrava quasi che non ne potessi più di vivere là, che ti andasse di tornare a casa. Ma mi sono spesso chiesto dove fosse casa sua, in quale posto ti sarebbe piaciuto vivere, e mi sono detto che forse non lo sai, che non ti si può dare consigli, che ti stufi subito di tutto, che non sai cosa farai da grande. Sembri una bambina smarrita nella nebbia, ma invece che stare ferma e aspettare che tutto si faccia nitido ti muovi, scegli una direzione a caso e vai, e la nebbia ti segue. E avvolge le vite che incrociano i tuoi passi, le confonde, le spiazza.
Intanto sei qui, le otto arrivano quasi subito e siamo al tavolo di un ristorante rinomato, uno di quei posti dove non mi sarei mai azzardato a ficcare il naso da solo, per paura di dover pagare per ogni respiro, per ogni sguardo. Tu invece vuoi che ceniamo qui, evidentemente il tuo lavoro ti fa guadagnare un sacco di soldi. Ma chi se ne frega, io penso solo che sei la solita di sempre, che il tempo per te non è passato e ho voglia di possederti. Solo che qualcosa mi trattiene dal dirtelo, ora potrei, tanto non resterai qui per molto, al limite sceglierai di non tornare mai più in città, di non farti rivedere da queste parti, o forse sceglierai un’altra compagnia per la tua prossima cena in trasferta. Cosa avrei da perdere? Eppure taccio, lascio perdere, le cose stanno come stanno e solo tu le puoi cambiare, o forse neanche più. Per quelli come me il tempo passa e cambia cose, abitudini e situazioni. Magari non avrò fatto il gesto di andarmene all’estero, magari un giorno lo farò, ma per adesso so che qualcosa è cambiato, non mi accontento più della minestra riscaldata se non posso avere un bel piatto di lasagne. Quindi scambiamoci queste due parole di circostanza, ridiamo, scherziamo, e poi ognuno a casa sua.
Alle undici sono già rientrato. Mi sono offerto di riaccompagnarti in albergo ma non hai voluto, per cui siamo tornati in metrò. Sono sceso due stazioni prima della tua, prima di lasciarti ti ho baciato sulla bocca, veloce, repentino, strappandoti un’espressione sorpresa e un po’ incredula. Poi le porte scorrevoli del treno si sono richiuse alle mie spalle e sono rimasto solo. Mi sono voltato per cercarti, ma eri già lontana.
Qualcosa deve essermi rimasto sullo stomaco, o forse baciarti mi ha fatto tremare e sono ancora stordito. Assaporo il mio tè prima di andare a dormire. Ne sorseggio un po’ e penso a come ti piace berlo, attorcigliando la bustina attorno a un cucchiaino per strizzarne fino all’ultima goccia l’essenza. È un po’ il tuo modo di vivere. Ho un po’ del tuo modo di vivere e questo mi basta.
