lunedì, febbraio 26, 2007

Ho l'impressione che ci sono cose che siamo destinati a portarci dietro dall'infanzia, paure, sensazioni, incapacità di esprimerci e di farci capire, dubbi. A volte mi guardo allo specchio e penso: se gli occhi sono lo specchio dell'anima, allora lì deve esserci scritto tutto, o forse nei tratti del viso, nella conformazione delle sopracciglia, nei solchi della bocca, nella curvatura delle labbra. E' tutto là: le nostre angosce, le nostre conquiste e gli insuccessi, le ragioni del nostro vivere e del nostro morire, la nostra storia.

 Ci sono cose che nella mia vita non sono mai state diverse, benché io mi sia adoperato a cambiarle. Mia madre mi ha detto che quando sono arrivato a casa dopo la nascita ero spaventato da tutto. Sfido io, dopo quasi due mesi di ospedale, appena nato ho avuto tutte le complicazioni possibili e ho rischiato di non superare diverse notti, per non parlare delle trasfusioni di sangue. Eppure sono stato l'esempio di come la vita non si dia mai per vinta, e oggi sono qua. Alcune paure non sono mai passate, diciamo che ho imparato a conviverci e a mascherarle, a esprimere con un sorriso le mie angosce, anche se chi mi conosce sa quanto sia facile ferirmi. Ma sono bravo a raccogliermi, come direbbe Ligabue.

 Allo specchio dimostro gli anni che ho, sono ancora giovane, ma non sono più quello di prima. Qualcuno non crede che fino a diciott'anni ho usato anch'io il pettine, ma non è dei capelli che parlo. Parlo del mio sguardo, di qualche peletto bianco nella barba, dei tratti più marcati. E penso che da qualche parte siano nascoste le lacrime e i sorrisi, i libri che ho letto e le emozioni che mi hanno lasciato, la paura di non farcela e l'euforia di un grande risultato personale, le volte che ho detto "ti amo" e le donne a cui l'ho detto, le canzoni senza tempo che suonano nella memoria.

 Fra 32 anni cosa leggerò sul mio viso? E fra due volte 32 anni (se ci sarò)? Spero che ci saranno tempi migliori, che non sarò solo, o che mi senta meno solo di quanto non mi senta questo lunedì di febbraio, che non ci siano più esami da preparare e magari qualche credito da riscuotere in più, non solo debiti da pagare o non più.

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venerdì, febbraio 23, 2007

La data di oggi l'ho segnata sul mio calendario per due ragioni: la prima è che dovevo dare l'esame di Storia della Lingua Italiana, che è stato spostato a giovedì prossimo perché la professoressa è influenzata, la seconda è che ho conosciuto la grande Amelie Nothomb. Magari non tutti la conosceranno, benché sia una delle autrici europee più lette al mondo, con 8.000.000 di libri venduti in quasi 40 paesi. Era a Torino, al Circolo dei Lettori, una ressa paurosa per entrare e conquistarsi uno dei non pochi tagliandi disponibili per assistere alla presentazione. Amelie si è fatta attendere un poco, appena arrivata è stata accolta da un brindisi a dose di spumante piemontese, che deve esserle piaciuto visto che ne ha scolati quattro calici. Prima considerazione: la Nothomb regge bene l'alcol, se dà l'impressione di essere alticcia è sbagliata, perché è fuori di testa di suo. La sala era affollata, l'autrice si è limitata a rispondere alle innumerevoli domande, di cui la buona parte in francese, neanche fossimo a un corso di traduzione simultanea. Educatamente ha parlato dei segreti del suo lavoro (perché per lei è questo...sob!), del fatto che dorma tutti i giorni da mezzanotte alle quattro di mattina, poi si alzi per scrivere e che non annoti mai niente ma preferisca allenare la memoria per scrivere affidandosi solo ad essa. Ha detto di non credere nelle scuole di scrittura (GRANDE!!!), benchè conosca Baricco e la Scuola Holden per essere stata loro ospite alcuni anni fa, ma precisando che non sa quanti scrittori veri possano uscire da un ambiente del genere (non si riferiva tanto alla Holden quanto alle scuole di scrittura in genere). Ha detto di non avere maestri perché la cosa peggiore che si può fare a uno scrittore che si ama è renderlo il proprio maestro. Seconda considerazione: Amelie Nothomb non ha peli sulla lingua, dice quello che vuole sapendo di poterselo permettere, ma anche perché è abituata a farlo a costo di rendersi antipatica. Dopo la presentazione si è resa disponibile a firmare i libri, chiaramente ho provato a parlarle in inglese (visto che il francese non lo so) per sentirmi rispondere in un timido italiano, ma quando ho attaccato con l'italiano non ha capito un'acca di quello che ho detto, col risultato di farmi una delle mie belle figuracce, piuttosto frequenti quando ho ha che fare con uno dei miei miti. Dopo sono andato alla Cavallerizza Reale a vedere uno spettacolo teatrale ispirato a un suo romanzo, Cosmetica del nemico, una bella rappresentazione con soli quattro attori, che sarà in scena fino a domenica. Alla fine tra il pubblico è spuntata anche la scrittrice, che è stata invitata a salire sul palco per prendersi la sua dose di applausi con gli attori, un po' imbarazzata, forse, per essere stata chiamata in causa. Forse avrebbe preferito assistere allo spettacolo e uscire come una spettatrice qualunque, anche se la Nothomb è una persona così stravagante che non è possibile non notarla.

 Prima di chiudere un aneddoto: ha raccontato che qualche tempo fa, su un treno in viaggio da Ginevra a Parigi, si era seduta in uno scompartimento in cui, poco dopo, aveva preso posto un signore di mezz'età. Improvvisamente l'uomo aveva tirato fuori dalla borsa un suo romanzo e lei era rimasta a guardarlo per tutto il tempo, pietrificata, fino a quando il suo lettore non si era alzato per andare in bagno. Allora ha preso il libro e gli ha scritto una dedica, ringraziandolo e dicendogli che l'autrice di quel libro era seduta proprio di fianco a lui. Poi è scesa alla sua stazione, subito dopo, lasciando al lettore la curiosa scoperta. Un piccolo episodio di quelli che si invidiano agli scrittori conosciuti e che non sfigurerebbe in un romanzo di Amelie.

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sabato, febbraio 17, 2007

Non credere di aver visto tutto,

fili di sensi,

occhi di vernice

guance di pallida luna

e capelli che scivolano giù

come stagnola o stelle filanti.

Non saprai mai cosa sono,

non saprai mai cosa nascondo,

ma se avrai pazienza

un giorno la festa sarà finita,

le luci spente,

la musica resa silenzio

le danze sospese.

Quel giorno saprai

che sotto la maschera

Indosso un viso.

U. Verdirosi - La spia del sogno

Buon Carnevale a tutti!!!

 

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domenica, febbraio 11, 2007

La musica pompa nella casse e mi viene in mente la serata di ieri, un pubblico da grandi occasioni in uno scenario fiabesco, una piazza Castello pullulante di persone dopo i timidi approcci dei torinesi nel tardo pomeriggio. + 1 alle Olimpiadi, "Passion live here" recita ancora lo slogan, in un clima di nostalgia e rimpianti. Magra recita di un "va tutto bene" con relativo affaccio di autorità e comici, non si sa chi dei due faccia ridere di più, solo per replicare l'atmosfera magica di notti di festa e giorni in cui lo sport fermava le ostilità, e che non tornerà forse più. Le immagini fanno un certo effetto, i discorsi autocelebrativi un po' di meno, muovono - se vogliamo - al raccapriccio per tante sillabe spese a ripetere che Torino è cambiata, che ce l'abbiamo fatta, bla, bla, bla... Fatto cosa, poi. La città olimpica si svuota dei suoi tesori della regina trasferiti nella solita, scomoda vicina meneghina o persi chissà dove, e si parla solo di un anno fa, in una carnevalata che va avanti più di un'ora. E io che ho fatto le corse e spronato alla puntualità gli amici solo per arrivare in tempo per il concerto, perché è per ascoltare musica che siamo qui, io, i miei amici, gli amici dei miei amici. La piazza si riempie per vedere il caro vecchio Edo, un profeta in musica dei nostri tempi come di quelli andati, un cantastorie che usava le fiabe per fustigare le indecenze del nostro sistema. Edo è così ancora adesso, non perde occasione per rifilare cinque o sei canzoni contro l'uomo occidentale, l'America senza valori, le guerre sbagliate. Quanto basta per convincere il mio amico Bernardo, con tendenze di destra, a lasciare la piazza accompagnato dalla ragazza, la mia ancora più amica Stefania, e compagnia bella. Dicono che abbandonano per il freddo, in effetti la sera non è proprio estiva, ma so che non è così. Però abbiamo aspettato più di un'ora di baracconata olimpica più fuochi d'artificio commemorativi (belli però) per vedere il nostro salire sul palco, e adesso che c'è possiamo andarcene così? Li vedo andare a cercare un locale nei paraggi e il vero concerto comincia, finalmente, lascia gli ultimi album per passare ai classici, che per me sono chicche preziose di una memoria infantile, quando in casa si ascoltava Edo a tutte le ore. Non c'è nota o parola che mi sfugga, si salta e si canta, si fanno cori, come i concerti di una volta, si perde la voce. Poi Edo lascia dopo due ore, saluta contento chiudendo con la solita "Nisida" con cui chiude i suoi concerti, chissà poi perché. Però, quando arriva, sai che è l'ultima. Ci aspettano solo la birra e gli amici seduti a un tavolo troppo piccolo di un locale stipato di persone, ancora prima le note di canzoni da poco passate che risuonano nell'aria, o forse è solo la mia testa a rimandarle. Per essere una serata perfetta mancava solo una cosa, ma va bene così. Ciao, Capitan Uncino!

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sabato, febbraio 10, 2007

I fulmini che attraversarono il cielo sopra il palazzo furono almeno cinque, caduti i quali la tempesta lentamente si dileguò verso sud. L'aria s'era fatta fresca, il vento soffiava ancora forte scuotendo le fronde, il sonno non voleva proprio arrivare. Ma forse col sopraggiungere del silenzio finalmente avrebbe rapito Sasha. Un fatto imprevisto, invece, si intromise tra lei e il riposo, un fatto alquanto strano e misterioso. Un tamburo parve rullare nelle vicinanze. A giudicare dalle percussioni profonde, Sasha pensò che il rullio doveva provenire da fuori. Dapprima pensò di alzarsi per andare alla finestra a controllare, ma restò impietrita nel letto quando un secondo rullio provenne da molto più vicino...da dentro la camera. Sicuramente i suoi genitori si sarebbero svegliati e l'avrebbero rimproverata per tutta quella cagnara, ma le che ne poteva? Da dove provenivano quei suoni? Chi ne era l'artefice? Accese la luce del lumetto sul comodino e, con enorme meraviglia, scoprì che tutti i suoi babaccetti si stavano muovendo e le stavano facendo una gran festa. Chiunque si sarebbe spaventato a morte di fronte a quella scena, ma lei ne parve divertita. Del resto a cosa serve essere bambini se non si hanno occhi grandi per ammirare le piccole cose stravaganti che popolano il mondo?

Brano tratto dall'antologia di racconti "Luna all'alba"

Proposte Editoriali, 2004

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categoria:assaggi letterari
lunedì, febbraio 05, 2007

Non c'è corrente che io non possa saggiare, dovresti saperlo. A volte aspetto che sia notte per farlo, guardo la città dalla finestra e chiudo gli occhi, basta poco e sono in volo. Non è sempre facile prendere il cielo, a volte ci si chiede se ad aspettarci non ci sia solo l'asfalto sotto casa, ma per dominare il vento bisogna sconfiggere la tormenta di paure e insicurezze che soffia nel nostro cuore. Bisogna sentire di potere osare, è tutto lì il segreto. Non c'è sogno che possa realizzarsi senza crederci un poco, senza la convinzione che il traguardo sia a portata di mano. Nel mio caso, di un battito d'ali. Uno come tanti ma più importante perché è il primo, a cui ne seguiranno altri; ci saranno volteggi e planate, e strida nella notte sulla città, un canto di vita. Sarò da te, se lo vorrai mi mostrerò, se no resterò a guardarti dal ramo più alto, e aspetterò che sia mattina per tornare, e aspetterò che sia sera per venirti a trovare.

 

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