Oggi sulla Stampa ho letto che la situazione nei callcenter sta cambiando. Che non è più come una volta, quando il contratto degli operatori in cuffia era lo stesso dei metalmeccanici, che ci sono stati gli aumenti e la regolarizzazione professionale, e quasi quasi non è poi male lavorare in un callcenter. A parte il fatto che io alla Reggia di Venaria lavoro con un contratto da metalmeccanico, per cui la Stampa si informasse prima di dire che non è più così, e prendo se va bene 900 € al mese; ma stiamo parlando del lavoro dove si ripetono sempre le stesse cose per almeno cento volte al giorno, dove o si è una macchina promozionale o un ufficio reclami e spesso non si ha il permesso neanche di andare in bagno? Ma il giornalista che ha scritto 'sto articolo ha mai lavorato in un callcenter, tanto da credere nella sua utilità? Tanto da arrivare a sostenere che se una volta si lavorava in fabbrica oggi si lavora qui, nelle fabbriche del telemarketing? Una volta chi lavorava in fabbrica lo faceva perché non aveva la formazione adatta per lavorare altrove e spesso un'occupazione da operaio era il meglio che potesse capitargli, soprattutto dopo che i sindacati si sono messi all'opera. Nei callcenter spesso si entra tramite agenzie interinali, quando va bene, se no tramite cooperative, di sindacati non se ne vede neanche l'ombra e spesso chi ci lavora ha le carte in regola per avere un buon posto ma non il paraculo, per cui si rassegna a lavorare in un posto del genere, a vendere aria fritta o prendere insulti via etere, e magari anche sfoderando la conoscenza di tre o quattro lingue. Ecco qual è la realtà dei callcenter, quella in cui malgrado tutto si rischia di riprecipitare un po' come in un brutto vizio, uno di quelli che fa male e ti logora, ma non puoi proprio non ricascarci. Solo che certi vizi non portano nessun benessere momentaneo, solo tanta frustrazione.











