Io sono un bamboccione, innocente, involontario. Vivo ancora con i miei genitori perché tutte le volte che vado a un colloquio e chiedo che tipo di contratto prevede il lavoro che mi viene proposto, mi guardano straniti se parlo di posto fisso, contributi, continuità lavorativa. Ho cominciato a lavorare nel 1997, e nell'ordine ho lavorato alla SEAT Pagine Gialle come impiegato, al Museo del Cinema come guardiasala, all'SDA e all'Ipercoop come magazziniere, alla TIM, alla Contacta e alla Indaco come operatore callcenter, alla Soprintendenza, all'Università di Torino e alla Biblioteca Civica di Rivoli come bibliotecario, e ora alla Reggia di Venaria come, di nuovo, operatore telefonico. Presto dovrei tornare a fare il bibliotecario, fatto sta che ho un'età e non posso più sopportare l'idea di fare il figlio a carico. Mi sono accorto, sempre a proposito dei colloqui di lavoro, che quando qualcuno parla di affitto a fine mese o mutuo da pagare il cuore dei datori di lavoro si intenerisce, almeno un poco, e subito gli viene data la precedenza. Per certi versi chi ha delle spese impellenti deve poterle sostenere, ma qualcuno si è mai chiesto come si fa a diventare davvero indipendenti se tutte le volte che uno se ne vuole andare di casa gli viene risposto che prima bisogna pensare a chi fuori di casa c'è già. Così ieri sono andato a vedere un appartamento, un alloggio che, chiaramente, da solo non potrò permettermi, e dovrò chiedere un aiutino ai genitori almeno per un acconto. Per adesso non so neanche a quanto ammonterebbe il mutuo mensile, ma sono semi intenzionato a farci un pensierino sopra, a correre i miei rischi, insomma. E se non sarà con questo appartamento, voglio comunque che quest'anno sia quello buono per andarmene di casa. Come data di scadenza per mettere in atto il mio proposito ho scelto il mese di novembre, quando compirò 34 anni.

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