In questi giorni ho visto due film diversi ma, per certi versi complementati, che parlano di immigrazione e convivenza. Il primo è Un bacio appassionato di Ken Loach e il secondo è Bianco e nero di Cristina Comencini. Sono entrambi film che avrei voluto vedere al cinema e che si sono rivelati piacevoli, anche se forse tra le due pellicole una certa differenza di stile c'è. Un bacio appassionato, in particolare, mi ha permesso di ragionare sullo scenario europeo che negli ultimi anni si sta velocemente trasformando e nei confronti del quale, almeno noi italiani, ci stiamo facendo trovare impreparati. Dell'immigrazione si parla solo attribuendole una connotazione negativa, si fa spesso e volentieri riferimento allo strascico di delinquenza, ricettazione e spaccio che immancabilmente solleva un vespaio di polemiche pazzesco. Alle spalle di tutto questo c'è l'esigenza, da parte dei popoli più indigenti del pianeta, di costruisi un futuro in un paese più ricco e democratico. Il fatto che per molti l'Italia sia questo paese dovrebbe farci riflettere su come all'estero la nostra bella penisola non appaia affatto come una società in crisi ma anche e, soprattutto, come la possibilità in un migliore avvenire per i figli di quanti, nel loro paese, hanno conosciuto violenza, guerra e povertà. L'immigrazione da noi è un fenomeno recente, emergente direi, che sta velocemente evolvendo. Si insidia nella vita di tutti i giorni, per le strade, al supermercato, a scuola. I figli dei primi immigrati saranno sicuramente quelli che costruiranno, con quelli degli italiani, una società nuova e più rispettosa verso le diversità, più matura e aperta, insomma. Dapprima c'è la scuola, in cui tra i banchi i nostri bambini imparano a crescere e giocare con i bambini stranieri. Poi c'è l'università, che già ora sforna laureati stranieri. Poi ci sono i matrimoni misti, che per quanto complicati per inevitabili distanze religiose e culturali, possono funzionare. Insomma, l'integrazione si esprime e si propaga attraverso i normali canali della vita sociale, non c'è bisogno di costruirla inventando chissà quale formula. Le comunità, così chiuse e protezioniste, finiranno per arrendersi all'evidenza che i giovani, indipendentemente dalla lingua, dal credo e dal colore della pelle, vogliono interagire e interscambiare. Questa è la multiculturalità che amo, che in qualche anno ha trasformato interi quartieri, portando anche tante belle cose. A San Salvario tutti dicono di avere paura a uscire la sera, così come a Porta Palazzo. Però San Salvario, che ha detta del parroco don Gallo, ha più etnie dell'intera New York, è diventato un crocevia di iniziative, proposte, progetti. E vicino a Porta Palazzo, il più grande mercato all'aperto d'Europa, dove una volta si concentrava l'immigrazione meridionale, sostituita oggi da quella straniera, sorge il Quadrilatero Romano, dove ogni sera i locali più alla moda di Torino si riempiono di ragazzi provenienti da tutto il mondo, quasi come a Amsterdam e Dublino. E un po' in tutta Italia sta succedendo qualcosa di simile. Io per primo sono ben felice di uscire con ragazzi di ogni provenienza, ho amici ivoriani, marocchini, venezuelani, cinesi, lavoro vicino a ragazze con il chador o con i dread. E mi piace. Consiglio che un buon film possa servire, allora, più di mille articoli, a farci capire come la società sta cambiando, in Italia come all'estero.

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