venerdì, luglio 18, 2008

In questi giorni ho visto due film diversi ma, per certi versi complementati, che parlano di immigrazione e convivenza. Il primo è Un bacio appassionato di Ken Loach e il secondo è Bianco e nero di Cristina Comencini. Sono entrambi film che avrei voluto vedere al cinema e che si sono rivelati piacevoli, anche se forse tra le due pellicole una certa differenza di stile c'è. Un bacio appassionato, in particolare, mi ha permesso di ragionare sullo scenario europeo che negli ultimi anni si sta velocemente trasformando e nei confronti del quale, almeno noi italiani, ci stiamo facendo trovare impreparati. Dell'immigrazione si parla solo attribuendole una connotazione negativa, si fa spesso e volentieri riferimento allo strascico di delinquenza, ricettazione e spaccio che immancabilmente solleva un vespaio di polemiche pazzesco. Alle spalle di tutto questo c'è l'esigenza, da parte dei popoli più indigenti del pianeta, di costruisi un futuro in un paese più ricco e democratico. Il fatto che per molti l'Italia sia questo paese dovrebbe farci riflettere su come all'estero la nostra bella penisola non appaia affatto come una società in crisi ma anche e, soprattutto, come la possibilità in un migliore avvenire per i figli di quanti, nel loro paese, hanno conosciuto violenza, guerra e povertà. L'immigrazione da noi è un fenomeno recente, emergente direi, che sta velocemente evolvendo. Si insidia nella vita di tutti i giorni, per le strade, al supermercato, a scuola. I figli dei primi immigrati saranno sicuramente quelli che costruiranno, con quelli degli italiani, una società nuova e più rispettosa verso le diversità, più matura e aperta, insomma. Dapprima c'è la scuola, in cui tra i banchi i nostri bambini imparano a crescere e giocare con i bambini stranieri. Poi c'è l'università, che già ora sforna laureati stranieri. Poi ci sono i matrimoni misti, che per quanto complicati per inevitabili distanze religiose e culturali, possono funzionare. Insomma, l'integrazione si esprime e si propaga attraverso i normali canali della vita sociale, non c'è bisogno di costruirla inventando chissà quale formula. Le comunità, così chiuse e protezioniste, finiranno per arrendersi all'evidenza che i giovani, indipendentemente dalla lingua, dal credo e dal colore della pelle, vogliono interagire e interscambiare. Questa è la multiculturalità che amo, che in qualche anno ha trasformato interi quartieri, portando anche tante belle cose. A San Salvario tutti dicono di avere paura a uscire la sera, così come a Porta Palazzo. Però San Salvario, che ha detta del parroco don Gallo, ha più etnie dell'intera New York, è diventato un crocevia di iniziative, proposte, progetti. E vicino a Porta Palazzo, il più grande mercato all'aperto d'Europa, dove una volta si concentrava l'immigrazione meridionale, sostituita oggi da quella straniera, sorge il Quadrilatero Romano, dove ogni sera i locali più alla moda di Torino si riempiono di ragazzi provenienti da tutto il mondo, quasi come a Amsterdam e Dublino. E un po' in tutta Italia sta succedendo qualcosa di simile. Io per primo sono ben felice di uscire con ragazzi di ogni provenienza, ho amici ivoriani, marocchini, venezuelani, cinesi, lavoro vicino a ragazze con il chador o con i dread. E mi piace. Consiglio che un buon film possa servire, allora, più di mille articoli, a farci capire come la società sta cambiando, in Italia come all'estero.

      

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venerdì, luglio 04, 2008

Intanto l'Italietta dei concorsi che contano ha decretato il nome del prossimo autore destinato a entrare nella Letteratura Italiana o degli italiani. Paolo Giordano ha appena trionfato allo Strega, il noto premio che prende il nome da un liquore. L'ha vinto con la sua opera prima, a soli 26 anni, pubblicando con un editorucolo come Mondadori, più o meno il genere di editori che si possono permettere gli autori esordienti in Italia, nevvero? E sorprende che a vincere sia stato un autore così giovane, perché per la gente a 26 anni in Italia sei quasi un bambino. Tutti si sarebbero aspettati... o augurati... i soliti nomi che vanno per la maggiore, i figli delle scuole holden e dei tuttolibri. Però c'è da chiedersi come abbia fatto uno scrittore in erba a vincere lo Strega e, ancora prima, a pubblicare con Mondadori, rischiando di cadere nel solito luogo comune che qualche aiutino da qualche parte l'ha avuto. Incuriosito sono andato a leggere su wikipedia i nomi degli autori che hanno vinto il premio dal 1947 in poi, alcuni dei quali sono davvero molto bravi e meritano la reputazione che hanno. Altri sono perfetti sconosciuti, ma quel che colpisce di più è che i libri che hanno vinto...salvo rare eccezioni...non li conosce quasi nessuno. Però i 400 giurati che li hanno scelti, che si chiamano Gli amici della domenica, in onore dei fondatori del premio, li hanno letti e li hanno anche consigliati, 400 persone che appartengono al mondo culturale. Basta leggere qualche titolo e poche parole di trama per capire quanto stanco e provinciale dimostri di essere questo "mondo culturale", completamente indifferente alle nuove tendenze e all'universo libri fatto in maggioranza di veri artigiani della scrittura e dell'editoria, un mondo che considera scrittori solo coloro che pubblicano con gli editori che contano e che possono permettersi una distribuzione capillare sul territorio, che non vanno certo in giro alla ricerca dei veri talenti da proporre, perché no, allo Strega.

 Fra non molto toccherà al Campiello, in cui i giurati invece che valutare direttamente i testi - rigorosamente di narrativa - li sottopongono a una giuria di lettori, i quali scelgono i finalisti e il vincitore. Un po' meglio, un po' più democratico, anche se poi sono i soliti baroni della cultura a scegliere i libri da far leggere, mica i lettori. In pratica, a differenza dello Strega, invece di scegliere direttamente un vincitore lo si fa scegliere alla gente comune, a patto, però, che appartenga comunque al sistema editoriale delle multinazionali. Non è ammesso che a sfondare sia uno scrittore che non è stato preventivamente scelto e selezionato dal sistema chiuso dell'Intelligentia.

In sostanza tutto resta com'è, continua a mancare in Italia un premio importante e riconosciuto a livello nazionale che si occupi dei veri emergenti, degli autori che pubblicano con case editrici piccole e povere, che consenta agli autori di spedire il proprio lavoro e di fare scegliere ai lettori davvero liberamente chi deve vincere, permettendo ai partecipanti di gareggiare alla pari. Manca, insomma, un premio che "premi" davvero la scrittura, le storie, e non gli autori o la cerchia di amicizie in cui essi rientrano. Può avere qualsiasi nome, anche quello di un liquore, l'importante è che sia serio nei contenuti e nel regolamento.

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mercoledì, luglio 02, 2008

Ho letto da più fonti, tra cui aNobii e l'AIB, che in Europa sta per passare una legge che vorrebbe estendere, come negli Stati Uniti, la proprietà dei diritti di un'opera a 95 anni. Il che vuol dire che, anche qual'ora la responsabilità intellettuale - leggasi l'autore - dovesse venire a mancare, i diritti resterebbero alla casa editrice che li detiene per quasi un secolo, prima di poter diventare di pubblica proprietà. Se oggi si può inserire un brano di Mozart in un film senza chiedere il permesso a nessuno, stesso dicasi dei romanzi di Dumas o alla Divina Commedia, questo non può succedere per i romanzi di D'Annunzio, che Liber Liber ha pubblicato on line fino a quando la Mondadori, con l'appoggio de Il Vittoriale degli italiani, non gli ha fatto causa. Causa che Liber Liber non poteva gestire - con quello che costano gli avvocati! - e che quindi non ha mai avuto seguito. Ora, lasciatemi dire, si parla tanto di libertà di stampa, quando a un giornalista viene impedito di scrivere un articolo o a una televisione di trasmettere un servizio tutti si indignano e si strappano le vesti, ma qui nessuno dice niente? Non è un attentato alla libertà anche questo, legare un'opera a un editore, anzi spesso a una multinazionale, solo per riempire le tasche di quanti han già le tasche piene? Già adesso i diritti scadono dopo 70 anni (50 per le opere musicali), su precisa richiesta delle grandi case editrici che vogliono reggere il moggio della cultura alle "loro" condizioni, imponendo un regime in cui piegare le leggi a proprio, unico favore, quelle stesse multinazionali che spingono perché si facciano pagare multe salate agli studenti che fotocopiano i testi d'esame e fanno pressioni all'Europa perché sparisca il prestito gratuito nelle biblioteche italiane. Per non parlare della SIAE, che prende una percentuale sulla vendita dei masterizzatori come risarcimento per la riproduzione di opere protette dal diritto d'autore, di cui l'autore non prende niente. Mondadori ha fatto causa perché mettere liberamente in circolazione su internet un'opera di cui, almeno fino a gennaio prossimo, detiene i diritti non le avrebbe permesso, per questi pochi mesi, di ricevere nulla in cambio. Ma qui si sta parlando di Gabriele D'Annunzio, protagonista della Letteratura Italiana tra '800 e '900, non di Ciccio Formaggio e Pinco Pallo. E sulla storia non si mercanteggia, perché non può essere proprietà di qualcuno su tutti, anche quando se ne detengono i diritti di raccontarla.

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domenica, giugno 08, 2008

Cercasi di tutto:

 

infermieri/e

addetti telefonici

fisioterapisti/e

navigatori internet

ricostruttori di unghie

parrucchiere

comparse per cortometraggi

spegliarelliste per addii al celibato

istruttori Diving per minicrociere

grafici creativi

ragazze carine e simpatiche per servizi d'immagine personali

optometristi

ottici specializzati

psicologi dello sport

agenti finanziari

presentatrici di lingua madre spagnola per quiz televisivi

ragazze disponibili per video sull'adorazione del piede (annusare e baciare le estremità) 

e persino mamme

Difficile destreggiarsi nel moderno mondo del lavoro.

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mercoledì, aprile 02, 2008

Se ne parla da alcuni mesi, ma io l'ho scoperto grazie all'AIB CUR, una specie di forum tra bibliotecari a cui si aderisce per posta elettronica...e che molto spesso è buono solo a intasare le caselle di posta. Questa volta però l'argomento mi è sembrato interessante: i distributori di libri. Dicono che ci sono anche in Italia in alcune città e in alcuni luoghi precisi, tipo le metropolitane o le stazioni ferroviarie. A Torino non ne ho mai visti, ne mi aspetto di vederne in metropolitana, dove non ci sono neanche i gabinetti, figurarsi avere il tempo per scegliere un libro. Ma in Inghilterra, ad esempio, dove in ambito culturale sono un secolo avanti, ci sono da tempo, e sono come i distributori delle merendine, ma con dei video su cui scorrono booktrailer, interviste e presentazioni rilasciate dagli autori. Ora, in tempi di grande distribuzione, in cui sono nate vere e proprie "gastronime automatiche" in cui prendersi il classico caffé come la lasagna o la pasta e ceci premendo un solo pulsante, perché non adottare questo sistema anche per i libri e la cultura? Ad esempio nei musei, o per pubblicizzare in giro alcuni titoli o generi che non hanno alle spalle la spinta mediatica della tv o della radio? Tanto, sappiamo che spesso i librai di fare il loro mestiere non hanno più voglia, mettono i libri sugli scaffali e aspettano alla cassa di intascare qualche soldo, se gli si chiede di consigliare un libro o di richiederne uno fanno spallucce e tergiversano per scoraggiare il cliente, nella maggior parte dei casi non sanno neanche di averlo un libro; insomma, per avere una persona in carne e ossa che con una mano porge il libro e con l'altra prende i soldi, che non vede l'ora di liberarsi di te, usiamo delle macchine vere che almeno ti illustrano qualcosa dei libri che espongono. Però bisogna farlo con intelligenza, senza favorire i soliti 4 o 5 autori da strapazzo, senza annullare la distribuzione tradizionale, ma consentendo così ai libri di arrivare anche in quei posti in cui si dispera di poterne trovare.

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mercoledì, febbraio 27, 2008

Oggi sulla Stampa ho letto che la situazione nei callcenter sta cambiando. Che non è più come una volta, quando il contratto degli operatori in cuffia era lo stesso dei metalmeccanici, che ci sono stati gli aumenti e la regolarizzazione professionale, e quasi quasi non è poi male lavorare in un callcenter. A parte il fatto che io alla Reggia di Venaria lavoro con un contratto da metalmeccanico, per cui la Stampa si informasse prima di dire che non è più così, e prendo se va bene 900 € al mese; ma stiamo parlando del lavoro dove si ripetono sempre le stesse cose per almeno cento volte al giorno, dove o si è una macchina promozionale o un ufficio reclami e spesso non si ha il permesso neanche di andare in bagno? Ma il giornalista che ha scritto 'sto articolo ha mai lavorato in un callcenter, tanto da credere nella sua utilità? Tanto da arrivare a sostenere che se una volta si lavorava in fabbrica oggi si lavora qui, nelle fabbriche del telemarketing? Una volta chi lavorava in fabbrica lo faceva perché non aveva la formazione adatta per lavorare altrove e spesso un'occupazione da operaio era il meglio che potesse capitargli, soprattutto dopo che i sindacati si sono messi all'opera. Nei callcenter spesso si entra tramite agenzie interinali, quando va bene, se no tramite cooperative, di sindacati non se ne vede neanche l'ombra e spesso chi ci lavora ha le carte in regola per avere un buon posto ma non il paraculo, per cui si rassegna a lavorare in un posto del genere,  a vendere aria fritta o prendere insulti via etere, e magari anche sfoderando la conoscenza di tre o quattro lingue. Ecco qual è la realtà dei callcenter, quella in cui malgrado tutto si rischia di riprecipitare un po' come in un brutto vizio, uno di quelli che fa male e ti logora, ma non puoi proprio non ricascarci. Solo che certi vizi non portano nessun benessere momentaneo, solo tanta frustrazione.

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giovedì, dicembre 13, 2007

In questi ultimi giorni la mia vita è stata assorbita unicamente dalla consegna della domanda di laurea, che dovrà avvenire entro giovedì prossimo. Oggi, intanto, ho portato le tesi a rilegare. Non riesco a credere che presto uscirò da quel gran casino che è l'università italiana, che si dice essere il fanalino di coda tra quelle europee - a questo mondo ci si ricorda solo dei primi e degli ultimi, per cui non potendo essere i primi in quasi niente... - ma non mi stupisce che nel nostro paese molta gente decida di lasciare, visti i risultati lavorativi che comporta essere laureati. Se poi ci aggiungiamo che qui si paga tanto per avere poco, la frittata è fatta. Pensate che tra tassa di laurea, marca da bollo e rilegatura delle tesi arriverò a spendere quasi 160 euro solo per poter accedere alla prova finale, in pratica una rata suppletiva che non si capisce bene a cosa serva e le tasche di chi va a ingrossare. Comunque arrivato a questo punto secondo voi mi metto a fare il tirchio?

 Non vedo l'ora che sia giovedì.

 

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domenica, novembre 25, 2007

Ieri è stato un sabato diverso dal solito, per la prima dello spettacolo I maltrattanti, tratto dal mio racconto Non farmi male. Molto liberamente, premetto, del mio racconto c'era poco, ma è meglio così, gli attori sono stati capaci di dire ciò che ho cercato di esprimere in forma diversa. Bello davvero, bravi tutti, considerando che non sono attori professionisti, e che hanno saputo toccare corde delicate, visto che il dibattito che è seguito è stato molto acceso. Sì è parlato del rapporto uomo/donna e della questione della violenza, che si è fatta vedere come bilaterale, benché qualcuno abbia voluto mostrare solo la donna come vittima, che non era l'intento della serata. Intanto perché gli attori sono "maltrattanti" veri, con situazioni difficili alle spalle, ma che hanno saputo parlarne e fare qualcosa per parlarne, e poi perché è emerso come anche l'uomo possa subire violenza, sebbene in forma diversa. Ieri c'erano almeno 200 persone, di sabato sera, a parlare di violenza fino alle undici, no discoteca, no feste, no birreria o pizza con gli amici o cinema! Ringrazio particolarmente i numerosi amici che hanno partecipato, circa una trentina, con molti dei quali dopo lo spettacolo e il dibattito sono andato a bermi qualcosa nel bar della Cascina. E lì si è parlato ancora a lungo e si è tirato fino alle due.

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martedì, novembre 20, 2007

SABATO 24 novembre

 ORE 21

Cascina Roccafranca

Via Rubino 45 - Torino

I maltrattanti

 

Interpreti:

FRANCO Tozzi, ROBERTO Illario, ROBERTO Poggi,

IVANO Avella, ANDREA Ricci, FRANCO Muzzarelli ,PAOLO Nalli

 

Da un racconto di Alessandro Del Gaudio

-:-

Ecco finalmente andare in scena la piece teatrale ispirata a un mio racconto a cui mi ero dedicato a luglio. Questo è il primo appuntamento. L'argomento è, tra gli altri, la violenza sulle donne e l'incomunicabilità tra i sessi.

Ecco l'incipit del racconto:

Si incontrarono anche quella sera come tutte le settimane, in sette, come sempre.

 I primi ad arrivare furono Ivano e Aldo, che per prima cosa presero possesso del biliardo e si misero a fare qualche tiro. Il tavolo era vicino alla finestra, la strada illuminata flebilmente dai lampioni era ben visibile. A metà partita due uomini apparvero oltre i cespugli, riconobbero subito Andrea e Franco che arrivavano insieme, il primo, esagitato come sempre, che stava esponendo qualche sua questione a Franco, il quale ascoltava in silenzio con le mani nelle tasche; non sembrava mai prendere posizione, solo ascoltare quella degli altri, come se non gli importasse granché. Stavano ancora parlando quando entrarono nel circolo.

 “Ma come si chiamava?”, faceva Andrea paonazzo.

 “Non è il caso che ti sforzi”, rispose Franco. “Che importanza può avere il nome, è il fatto che conta”.

 “Quale fatto?”, volle sapere Aldo, mettendo la numero 4 in buca di fronte a un allibito Ivano.

 “Non l’avete sentito? Nel parco qui vicino una donna è stata stuprata, la scorsa notte”.

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categoria:proposte, dibattiti, assaggi letterari, altre cose che faccio
venerdì, settembre 14, 2007

Mia madre mi preoccupa. Oggi mi ha detto di aver sognato Prodi che veniva a dare il bianco in casa e che l'aveva anche rimproverato perché aveva lasciato tutto sporco. Però poi lui aveva ripulito. Mi ha detto che se fosse andato Berlusconi, invece, l'avrebbe cacciato a pedate. Io ho risposto che avrei cacciato anche Prodi, e che se era un modo per tornare sulla questione di dare il bianco in tinello poteva evitare di fare brutti sogni e ne potevamo parlare. Dovrò decidermi a farla contenta, non pensavo arrivasse a questo punto. Sarà che la politica ormai entra in casa, anche troppo... Sul fatto che nel sogno Prodi "lasciasse pulito" avrei i miei dubbi, ma nutro dubbi su tutti i politici, ormai, e anche su coloro che smuovono le piazze contro i politici, almeno su quelli che parlano per entrare, non appena ne hanno l'occasione, in politica, fondare un nuovo partito, entrare nei palazzi che contano a scaldare sedie. Ormai è la tendenza più consolidata, quasi quasi smetto di scrivere, di lavorare in biblioteca, evito pure di farmi il fegato nero per laurearmi e fondo un partito: che so, Partito Iburocratico. Così almeno qualcuno mi sogna, sempre meglio che niente...

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venerdì, settembre 07, 2007

Che cose strane che si sentono in giro oggi. E' un periodo che non si sente parlare che di nomi. Ci pensate, ogni tanto, al nome che vi hanno dato e che vi portate addosso? Oppure anche solo al nome che vorreste dare al vostro cane/gatto/uccellino nel caso ne aveste uno? O ancora, se aveste un figlio, come lo chiamereste? Io ci penso, ho le mie preferenze, non dico che ho fatto gli scontri diretti simil torneo di tennis alla Nanni Moretti in Aprile, però ogni tanto sento un nome e penso: che bello, se avessi un figlio lo chiamerei così, se fossi padre di una bimba la chiamerei cosà. Oppure penso alle partecipazioni di matrimonio, se i nomi degli sposi si adattano l'uno all'altro, se il destino di un buon rapporto è già scritto nei nomi. Chiaramente questa è una bazzecola, non c'entra niente il nome con la felicità, però un nome è qualcosa da ricordare, soprattutto quando si è innamorati. E poi se ne sentono di strani, e non solo in Italia, tant'è vero che Chavez, presidente del Venezuela, ha oggi stesso abolito i nomi strani dalle possibili scelte dei suoi concittadini. Che abbia paura che a qualcuno venga in mente di chiamare il proprio figlio George, Bush, o direttamente Georgebush? O magari Lincoln, Washington, Kennedy?

 Ma anche noi ci difendiamo bene: Dylan, Kevin, Jonathan, che schifo! Permettete se lo dico?

 E che dire di Venusia, il nome che andò molto in voga negli anni '80 grazie al successo di Goldrake? Ancora adesso c'è qualcuno che battezza la propria figlia con questo nome.

 Ieri mio fratello arriva e mi fa: c'è una mia amica che ha chiamato sua figlia Margot. Come Margot Mine, ho pensato.

 "E perché non chiamarla Fujiko, almeno poteva usare il nome originale e più famoso", ho detto. Non potrebbe che venire su una bella ragazza, se non altro è di buon auspicio.

Meno male che il nome maschile pià diffuso in Italia è Alessandro. Quello femminile? Io lo so ma non lo dico, posso solo dire che, guarda caso, è quello della ragazza che mi piace. Che sia segno del destino anche questo?

 

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categoria:dibattiti, tra me e me, tanto per citare, si fa per ridere
mercoledì, agosto 29, 2007

Ma amare una persona significa pensare che lei viene prima di tutto. Se non avessimo abbastanza cibo, darei a te la mia parte. Se avessimo pochi soldi, piuttosto che acquistare qualcosa per me, comprerei quello che tu desideri. Se mangi qualcosa di buono tu, è come se avessi la pancia piena anch’io, se sei felice tu, allora lo sono anch’io. Questo significa amare una persona. Credi che esista qualcosa di più importante? (Kyoichi Katayama – Gridare amore dal centro del mondo)

 E' esattamente come la penso ed è forse per questo che oggi si ha paura di amare, perché si dice di volere bene qualcuno fino a quando questo sentimento non si scontra con i nostri bisogni personali, con ciò che è nostro e basta! Ma amare non è forse condividere? Quante volte quando amiamo pensiamo a cosa vuole l'altra persona, prima di pensare a cosa ci aspettiamo che l'altra persona faccia per noi? Amare una ragazza significa avere sempre tempo per ascoltarla, non guardare mai l'orologio per aspettare il momento buono per defilarsi, volerla accompagnare a casa a qualsiasi ora, stare sotto il suo portone o in casa, è la stessa cosa, l'importante è stare, almeno un poco, dove è lei; rallegrarsi di un maggior guadagno pensando già all'opportunità che ci viene data di poterle fare un regalo, di portarla fuori a cena... Quanto sembrano azzardate a molti le cose che dico, nessuno crede più nell'amore gratuito, pensa solo che si è in due e ognuno deve fare la sua parte, dimostrando di essere il primo a violare questa regola in nome della libertà, dell'assenza di vincoli. E così non ci si lega più a niente, non si ha passione più per fare niente, si fugge da tutto. E' forse per questo che da molto tempo sento il mio pensiero profondamente impopolare, e me ne vanto. Perché essere popolari, oggi, significa ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Che cosa ci si può aspettare, del resto, di diverso, in un'epoca in cui tu vali non per ciò che sei, ma per come appari, per le scarpe, la cravatta, i calzini...

Questa la dedico a chi ha ancora voglia di guardarsi negli occhi...

 

 gatti-abbracciati

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lunedì, agosto 27, 2007
Ieri sera, come se non bastasse passarsela a casa in assenza di inviti migliori...diciamo così...mi è toccato persino assistere alla patetica introduzione che è stata fatta su Canale 5 alla trasmissione di Eyes Wide Shut, l'ultima pellicola di Kubrick che non ha bisogno di presentazioni. Forse non sapete che questo film, non più nuovo, è stato ultimamente oggetto di polemiche per via delle intenzioni della Mediaset di trasmetterlo in prima serata. Senza nulla togliere al film, famoso per alcune scene “forti” e per essere stato il film con le più lunghe riprese della storia, 19 mesi, nonché per gli alterchi fra il regista e gli attori protagonisti, da appassionato di cinema posso dire che è inutile girarci attorno, Kubrick sarà un maestro ma ha volutamente fatto un film...diciamo...venato di pornografia. Non tutta la pornografia o, se vogliamo, l'erotismo, è sporcizia, ma bisogna accettare l'idea che possa infastidire e che un paese culturalmente maturo dovrebbe ostacolare la trasmissione di certi film in prima serata. Se poi aggiungiamo la nota attitudine di Mediaset a fare cassa più che cultura (condivisa ultimamente anche dalla Rai), è inutile che qualcuno commenti al film cercando di giustificare la scelta aziendale di proiettarlo in prima serata con l'unica scusa che è l'ultima opera di un grande regista. FINITELA! La Mediaset ha tagliato per anni i cartoni animati giapponesi in nome di quel senso del pudore che, di fronte a un regista di successo e a un film celebre, miracolosamente è venuto meno, diventando di colpo da complice, bacchettona di quell'associazione genitori che da anni, ormai, si batte per le fasce di garanzia, a volte anche con troppo compiacimento. Bisogna saper riconoscere quando si supera il limite e di fronte ai soldi i limiti incredibilmente si annullano, e trasmettere un film come Eyes Wide Shut fa audiance. Come a suo tempo lo facevano 9 settimane e 1/2 o Basic Istinct, anch’essi trasmessi in prima serata. Il film di Kubrick è carino, di sicuro il regista americano andrebbe ricordato per altri lavori, e se vogliamo la sequenza della villa, quella incriminata, è da antologia, inquietante, visionaria, impressionante; ma porno, perché non c’è censura nel mostrare corpi impegnati in orge sfrenate, seppur il volto degli attori sia nascosto da maschere e l’attenzione dello spettatore sia incentrata sul senso di pericolo che il protagonista, Tom Cruise, sta correndo. Quindi bando alle ciance, sono contrario a censurare le opere degli artisti, noti o sconosciuti che siano, preferisco che una cosa non la si mostri piuttosto che tagliarla, o più semplicemente che la si mostri nel contesto più indicato.
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categoria:cinema, dibattiti
mercoledì, luglio 18, 2007

Con il 30 di ieri in Biblioteconomia mi sono portato a - 1 esame dalla laurea, anzi a - 1/2, dato che in realtà mi basta un modulo da 5 crediti per chiudere (e la tesi di laurea, chiaramente). Ho puntato sull'esame di ieri per alzarmi la media, visto che l'esame di Inglese era andato un po' così così e per i laboratori superati viene dato 25/30 d'ufficio, senza possibilità di appello. Ma del resto se non prendevo il massimo dei voti in Biblioteconomia, io che sono bibliotecario, che figura ci facevo? Adesso mi manca l'esame di spagnolo, che non sarà affatto una passeggiata, perché: 1) io di spagnolo ho fatto un corso all'Università Popolare, cioé alle serali, e spero mi basti 2) C'è il lettorato che tutti dicono essere abbastanza impestato, senza l'uso del dizionario bilingue (che invece a Inglese c'era) 3) E' un esame prettamente di grammatica. Quando all'assistente con cui sono andato a parlare giovedì scorso ho esposto le mie perplessità riguardo alla difficoltà di superare un esame di grammatica per chi mastica poco o niente di una lingua, mi ha risposto che "se non si fa come quelli che se ne vanno al mare pensando di sapere parlare spagnolo invece di studiare, l'esame si passa". Quindi uno in estate, con 35 gradi all'ombra, non deve andare al mare o in vacanza, deve restare a casa a studiare spagnolo. Perché un laureato in Lettere Moderne non può esimersi dal conoscere bene lo spagnolo, è fondamentale. Tenendo conto che sono diventate d'obbligo le due lingue a Lettere, uno non può neanche mandare a stendere la prof e prepararsi qualcos'altro. Ah, chiaramente chi si è prodotta in questa invettiva sugli studenti universitari "fancazzisti" si è presentata all'orario di ricevimento con 40 minuti di ritardo, mentre io venivo amabilmente sostituito da qualche buonanima sul posto di lavoro. E poi dicono che chi prende una laurea triennale non merita di essere paragonato a un vero laureato. Su questo punto avrei molto da ridire. Una volta c'era solo la Laurea Quadriennale, 20 esami più la tesi. Adesso c'è la Specialistica, che è di cinque anni e prevede 30 esami più la tesi. Io penso di fermarmi al Triennio, non credo che a un laureato in Lettere serva studiare una vita per lavorare, non trova lavoro e basta. Però una laurea triennale conta occhio e croce 17 esami e una tesi che nulla vieta possa essere lunga quanto o più di certe tesi quadriennali. Ora, si può disquisire su una manciata di esami? Tutti gli esami comunque me li sono dovuti sudare, non mi sono stati abbuonati neanche il laboratorio di Scrittura e l'esame di Biblioteconomia, benché io abbia pubblicato sei libri (quasi sette) e sia bibliotecario professionista da due anni. In ogni caso per me sono già acqua passata, con un po' di vento nelle vele sarò presto in porto.

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categoria:dibattiti, tra me e me, altre cose che faccio
martedì, maggio 15, 2007

"Stare un po' di tempo da "soli" può essere utile ed indispensabile per ritrovarsi, dare sfogo ad un bisogno di libertà represso, riprendere strade interrotte, ritrovare il proprio equilibrio, elaborare un lutto (che sia un decesso o un abbandono), superare periodi in cui la mente o le ore sono così piene da non avere spazio per altro, o tempi che ci teniamo vuoti per capire cosa vogliamo veramente. Periodi di interregno doveroso, direi, in mancanza dei quali rischiamo di fare del male a noi e agli altri: cerchiamo un partner per abbarbicarvicisi col risultato di soffocarlo; o ci mettiamo col primo malcapitato che si innamora di noi, senza in realtà ricambiarlo; rischiamo di divenire prede di delusioni continue o prese in giro, o - per contro - giriamo come mine vaganti collezionando storie insignificanti, illudendo e ferendo chi è vittima dell'instabilità interiore che ci porta a non sentirci veramente bene con nessuno. In questi casi un periodo di "singolitudine" è un bene. Prendersi il tempo di frequentare gli amici, conoscerne di nuovi, fare le attività che ci piacciono (e non quelle che ci possono far conoscere più persone!), non ingolfarsi la vita, ma riprendere fiducia in noi stessi e scoprire di stare bene e volersi bene è importante."

 Gaia - Responsabile dell'associazione Vitagaia di Torino (www.vitagaia.it).

Voi cosa ne pensate? Vitagaia è un associazione che promuove attività di incontro, organizzando gite, serate a tema, manifestazioni culturali. Per qualcuno è il luogo dove trovare la persona giusta, per qualcun altro il posto giusto dove trovarsi con chi condivide gli stessi interessi, per altri il modo migliore per distrarsi un poco. Secondo voi, sono utili queste iniziative? In fondo c'è chi cerca di fare conoscenza tramite chat, per qualcuno i blog stessi sono il modo per conoscere gente nuova e, perché no, l'amore. Interessante può essere la riflessione di Gaia sopra proposta, leggendola ho pensato a persone che conosco e che stanno cercando, insoddisfatte, deluse dai soliti incontri alle feste, in discoteca, in vacanza. E perché negarlo, ho pensato a me, che ogni volta che mi innamoro finisco per pentirmene e pensare di essere incappato nella persona sbagliata. Anche se personalmente sono poco propenso a usare altri canali di conoscenza che non siano il contatto diretto. Mi affido alla buona sorte, insomma, alla mia buona stella, anche inanellando spesso risultati deludenti. Tuttavia posso testimoniare che a volte queste modalità d'incontro funzionano, ma sono dell'idea che da sole non bastino. Ci vuole anche molta fortuna.

postato da: Iburo alle ore 15:31 | Permalink | commenti (2)
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